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Comunità

L'appello a votare NO del sen. Claudio Micheloni, presidente delle Colonie Libere della Svizzera

Care amiche, cari amici,

chi di voi mi conosce meglio sa quanto vorrei essere presente alle iniziative di questa fase della campagna referendaria. Purtroppo non sempre il fisico sorregge lo spirito, quindi ho pensato di scrivervi queste righe in cui cercherò di condensare gli interventi che ho pronunciato in Senato, sperando che possano almeno in parte compensare la mia assenza.

Prima di entrare nel merito della discussione, tuttavia, ritengo doveroso dire poche parole sull'ultimo terremoto, che fortunatamente non ha ucciso nessuno ma ha prodotto disagi fortissimi e duraturi per decine di migliaia di nostri concittadini e danni molto ingenti e preoccupanti al nostro patrimonio artistico-culturale e a migliaia di piccole imprese, in particolare nel settore agro-alimentare e turistico. Questa terribile vicenda richiama ciascuno di noi, oltre che ad esprimere la nostra solidarietà in tutti  i modi possibili, ad esercitare le nostre funzioni con un senso di responsabilità adeguato alla gravità del momento. Ciò significa, per quanto concerne i parlamentari, affrontare l'esame della legge di stabilità e delle misure che il Governo riterrà di proporre con serietà, concretezza e spirito di coesione.

Fin dal primo passaggio della riforma in Senato ho cercato di accendere i fari su un problema che si potrebbe definire di metodo, anche se si tratta indubbiamente di sostanza e non di pura forma, tanto meno di buone maniere: l'assenza di spirito costituente.

Cos'è lo spirito costituente? E' l'esatto contrario dello spirito di fazione, del confronto bellicista tra opposte tifoserie. Il fatto che il progetto di riforma sia stato presentato e promosso dal Governo non aiuta.

Non aiuta nel tempo presente, perchè rende più difficile un confronto libero dalle appartenenze di partito, dunque l'esercizio di quella libertà dai vincoli di mandato che pure la Costituzione ci assicura, e che mai come in questi casi sarebbe opportuna.

Non aiuta nel futuro, perchè ogni governo di segno diverso dal precedente potrebbe ritenersi in diritto, e forse in dovere, di proporre o imporre la propria modifica della Costituzione. Nessun Paese può mantenere la propria coesione di fondo e un minimo di funzionalità, se il patto fondamentale viene rimesso in discussione ogni 5 anni.

Per questo mi sono rivolto sia alla maggioranza che alle opposizioni, per ricordare a tutti che i loro ruoli non sono eterni, e le costituzioni servono proprio a garantire gli equilibri tra i poteri, tra i diritti e i doveri, e tante belle cose che non dipendono dai sondaggi.

Già durante il primo esame della riforma ho visto troppi presunti costituenti con la  calcolatrice in mano: immaginare che il problema di una riforma costituzionale si risolva semplicemente contando le luci che si accendono sui tabelloni dell'Aula è un errore grave, per tutti e anche per chi lo commette.

 

Un altro concetto che ho cercato di trasmettere, e che ritengo fondamentale per comprendere quale sia il cambiamento di cui abbiamo bisogno, deriva direttamente dalla mia esperienza all'estero, in particolare in Europa, ma non soltanto.

L'antipolitica, quel fenomeno, forse meno recente di quanto vogliamo credere, che domina il nostro dibattito politico da qualche anno, è ovunque. Si tratta di un tema globale, variamente declinato a seconda dei tempi e dei luoghi, che indica una distanza apparentemente incolmabile tra il popolo e le elites, tra gli elettori e l'establishment. Ebbene, la mia parzialissima esperienza mi suggerisce che l'antipolitica la troviamo ovunque, ma solo in Italia ha assunto le vesti di una avversione contro le istituzioni: non contro questo o quel partito, o governo, o sindacato, ma contro la forma stessa della rappresentanza, contro qualsiasi attore che interpreti la necessità della mediazione.

Si tratta dunque di un fenomeno globale, che in Italia manifesta i caratteri di una vera e propria emergenza.

Quali sono le risposte? La riforma costituzionale e la nuova legge elettorale, l'Italicum. Quindi da una parte rimangono i capilista bloccati decisi dai segretari di partito a dominare la composizione della Camera dei Deputati, dall'altra ci accingiamo a dire ai cittadini che, eletto il sindaco e il consigliere regionale, il loro compito è finito: ci pensiamo noi. L'impressione che se ne trae è che la casta, dopo aver visto crollare le mura principali del castello, si sia rintanata nella torre, sperando di farla franca gettando qualche spicciolo dalle finestre.

 

Eppure, i cantori della democrazia decidente, della personalizzazione della politica, del rapporto diretto tra capo e popolo ci ripetono che questa è l'unica possibile risposta all'antipolitica, e che il nostro destino, se non quello dell'Europa e del mondo intero, dipendono dal 4 dicembre: rien ne va plus.

Davvero? Non sarà che confondono il loro destino personale con quello della collettività? Capita, a volte anche in buona fede.

Sul fatto che in caso di vittoria del NO sarà impossibile per decenni rimettere mano a una riforma non vale la pena di spendere molte parole: in qualsiasi televendita cercano di convincerci che quel set di padelle a quel prezzo non lo troveremo mai più, salvo scoprire che su Amazon costa uguale e ci mettono metà del tempo a consegnartelo.

Ma il tema vero e serio è un altro: la riforma è necessaria? Sì, una riforma è necessaria. Molti colleghi si sono impegnati meglio di me nel proporre interventi per riformare questa nostra Costituzione, modernizzarla e rendere più governabile il Paese superando il bicameralismo. Tuttavia, quando si dice che qualcosa non funziona, mi torna in mente un proverbio francese che recita: "I cattivi operai hanno sempre cattivi attrezzi". Forse, se il sistema non funziona è anche perché noi non siamo buoni operai, e dovremmo riflettere di più su noi stessi.

 

Permettetemi di aggiungere qualche osservazione di carattere più personale.

Insieme ad altri senatori del PD sono stato definito dissidente, gufo, incollato alla poltrona,  essenzialmente perché ho ritenuto di esprimermi e votare in dissenso dalla proposta avanzata dal Governo espressione del mio partito.

Oggi mi si contesta anche di aver votato tre volte a favore della stessa riforma, dunque di essere in flagrante contraddizione. In verità ciò è accaduto una volta sola, nell'ultimo passaggio della riforma, quando in aula dichiarai che, avendo vissuto per la politica e non della politica, per rispetto dei miei colleghi e della mia famiglia, non potevo assumere il rischio di essere io a far sì che questa riforma passasse con qualche voto di un'altra forza politica e non del partito al quale appartengo. Aggiunsi che di dubbi sulla riforma non ne avevo, e confermai la mia intenzione di fare campagna contro di essa, ma questo nulla aveva a che vedere con il rapporto di fiducia con il Governo.

Così è stato. Posso aver sbagliato, magari sopravvalutando le conseguenze del voto favorevole di Verdini e dei suoi amici. Tuttavia, non sbagliavo quando dicevo che il primo passaggio della riforma al Senato sembrava equivalere al quarto, nel senso che già all'inizio non si intravvedeva una volontà reale di confronto, ma una determinazione feroce a portare a casa gli slogan inneggianti al risparmio, alla velocità, ai "politici in meno", quali che ne fossero i costi, quelli veri non quelli disegnati dalla propaganda.

 

Se il problema è ridurre la distanza tra i cittadini e le istituzioni, io credo che questa riforma sia da respingere, perchè aggrava il problema anzichè risolverlo.

Se dovesse vincere il NO, il giorno dopo dovremmo ricominciare a lavorare, magari con un pizzico di serietà e di senso di responsabilità in più.

L'Europa non crollerebbe, nè ci butterebbe fuori, anche perchè come vediamo in queste settimane sono ben altre "le cose che ci chiede".

Nemmeno il governo crollerebbe, come ci ha fatto capire un grande amico dell'Italia che risiede all'estero e sostiene il SI, pur non essendo iscritto all'AIRE, e che ha incitato Renzi a continuare il suo lavoro comunque vada a finire il referendum.

Quindi vi invito a fare tre cose: informarvi, partecipare, e soprattutto continuare a voler bene all'Italia e a impegnarvi per cambiarla in meglio.

Vostro,

 

Claudio Micheloni

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