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REFERENDUM: Sei ragioni per cui NON "basta-un-sì"

Con il superamento del bicameralismo le leggi diverranno "più veloci, tempestive ed efficaci".

La tempestività di una legge dipende soprattutto dall'intelligenza e dalla preparazione della classe politica e dal suo rapporto con la realtà quotidianamente vissuta dai cittadini, non dalle regole. La velocità e l'efficacia del processo legislativo non sempre vanno d'accordo, come dimostrano le non poche leggi scritte per cavalcare l'onda del consenso mediatico.

Di sicuro dipendono molto dai lavori delle commissioni parlamentari: una Camera di 630 deputati è destinata a ingolfarsi di continuo, con il rischio concreto di fare la fine dei consigli comunali, che si limitano ad approvare le deliberazioni delle giunte: ma governare una nazione è ben diverso dal governare una città, e nelle democrazie avanzate occorre equilibrio tra governo e rappresentanza.

 

Con il taglio dei senatori si riducono i costi della politica, che così "recupererà la sua credibilità".

Il bilancio del Senato attuale si aggira attorno ai 500 milioni di euro annui; con il taglio delle indennità dei senatori si risparmia circa il 10% del totale.

Quindi oggi paghiamo 100 per far lavorare 315 senatori eletti direttamente dal popolo, domani pagheremo 90 per far lavorare part time 100 consiglieri regionali nominati dai loro colleghi, a loro volta eletti per occuparsi d'altro.

Inoltre, nessuno potrà impedire loro di stanziare nuovi fondi per nuove imprescindibili funzioni: che siano erogati dal Senato o dalle Regioni nulla cambia per le tasche dei contribuenti.

Nel frattempo i deputati continueranno a guadagnare le cifre di oggi, così come innumerevoli altri esponenti della classe politica impegnati nelle più diverse postazioni dell'apparato statale e para-statale.

 

Con le norme su leggi di iniziativa popolare e quorum referendario "la democrazia italiana diverrà autenticamente partecipativa".

Molti sostenitori del SI affermano che queste norme compensino l'esclusione dei cittadini dalla selezione dei futuri senatori-consiglieri.

Le firme necessarie per proporre un referendum aumentano del 60%, passando da 500.000 a 800.000; le firme occorrenti per sottoporre un disegno di legge di iniziativa popolare aumentano del 200%, passando da 50.000 a 150.000.

Dunque, i cittadini italiani non sceglieranno più i senatori che si occuperanno di Costituzione e legislazione europea, ma saranno liberi di trascorrere il loro tempo libero a raccogliere firme su qualsiasi argomento, quasi sempre invano.

Lo schema è chiaro: nella "democrazia decidente" i capi decidono, i cittadini applaudono. Inoltre, scambiare la sovranità popolare esercitata attraverso la rappresentanza con strumenti di democrazia diretta rivela una tendenza plebiscitaria che, nel caso vinca il Sì, si dispiegherà compiutamente nella prossima legislatura, quando, come fu autorevolmente dichiarato dal Ministro Boschi, si porrà il tema del presidenzialismo.

 

La riforma porrà termine alla confusione e alla conflittualità tra Stato e Regioni. "Alle Regioni, oltre alle competenze proprie, potranno essere delegate altre competenze legislative."

La conflittualità tra Stato e Regioni può effettivamente ridursi, perché la riforma riporta al centro gran parte delle competenze più significative affidate alle Regioni.

La confusione, invece, aumenterà: mentre si riducono i poteri delle Regioni, si innalza lo status dei consiglieri regionali, chiamati a misurarsi con la Costituzione e la legislazione europea in quanto rappresentanti di enti locali che parallelamente perdono peso e importanza.

Inoltre, la possibilità di delegare di nuovo in futuro alcune delle competenze oggi sottratte alle regioni "più virtuose" delinea un federalismo a fisarmonica molto pericoloso per la tenuta della coesione nazionale e per l'uguaglianza dei diritti dei cittadini, soprattutto quelli che risiedono nelle regioni meridionali.

Nel Bundesrat, il Senato tedesco troppo spesso citato a sproposito come modello dai sostenitori della riforma, non siedono i consiglieri regionali ma i governi dei Lander, i quali si confrontano con il Governo nazionale perché il sistema è coerentemente federalista.

 

Con l'attribuzione al nuovo Senato delle competenze sulla legislazione europea, "l'Italia rispetterà i patti, non commetterà infrazioni ed eviterà multe salate".

Si sono dimenticati di aggiungere che torneranno le mezze stagioni e gli idraulici chiederanno la fattura: un vero peccato per gli italiani all'estero, che non avranno rappresentanti in questo Eden prossimo venturo.

In realtà basta pensare alla gestione corrente dei fondi europei per capire che i controllati saranno chiamati a controllarsi.

Sarà certamente solo una coincidenza, ma proprio in queste settimane il Governo ha deciso, almeno per il momento, di rompere gli accordi già raggiunti sulla flessibilità delle regole di bilancio europee e di sfidare il rischio di una procedura di infrazione e le conseguenti multe. Sarà anche questo un caso, ma come andrà a finire lo scopriremo solo vivendo, dopo il 4 dicembre.

 

Una vittoria del NO non passerebbe inosservata: "C'è tutto il mondo che guarda cosa avviene in Italia, ci sono le ripercussioni sull'Europa perchè per tutti sarà come la Brexit, inoltre siamo alla vigilia delle elezioni francesi e tedesche". E ancora: "Se vince il NO passeranno 50 anni prima di vedere una nuova riforma".

La Brexit è stata un referendum sull'Europa, non sull'ordinamento costituzionale britannico; quando in Italia, nel 2001 e nel 2006, sono state approvate due riforme costituzionali, la seconda bocciata dal popolo sovrano, il mondo e l'Europa sono andati avanti. Nelle campagne elettorali francesi e tedesche certamente si presterà qualche attenzione all'Italia, ma purtroppo per noi e per loro ci si occuperà di debito pubblico, evasione fiscale, crisi produttiva.

Quanto al mezzo secolo che ci separa da una nuova riforma, detto da chi oggi controlla la maggioranza parlamentare, sembra più una minaccia che una previsione. Ma non sarà nè l'una nè l'altra: se vince il NO si dovrà prendere atto, per la seconda volta in dieci anni, che i cittadini italiani non credono che le riforme costituzionali siano una bacchetta magica e soprattutto non si fidano quando queste riforme, anzichè rafforzare la democrazia, mirano a comprimere la sovranità popolare.

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