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Comunità

Sulle dichiarazioni del ministro del lavoro Poletti

di Rodolfo Ricci

Le dichiarazioni del riconfermato Ministro del Lavoro Poletti danno un’idea della qualità – non solo politica –  dell’uomo; le scuse tardive, lo confermano, perché mostrano, per la totale antinomia con quanto lui ha detto, che non sono farina del suo sacco, ma un suggerimento arrivato in extremis da altri. Poletti con le sue affermazioni mostra la totale ignoranza delle questioni che dovrebbero essere al centro della sua attenzione e del suo incarico: se per lui non è significativo e degno di considerazione che centinaia di migliaia di giovani italiani sono costretti a lasciare il paese per lavorare (ben oltre i supposti cento mila all’anno), lui non è un ministro del lavoro, ma è uno che lavora per altri ambiti e per altri ambienti.

Fino a pochi giorni fa potevamo supporre che da parte governativa vi fosse una oggettiva difficoltà a parlare della nuova emigrazione di massa e qualificata che lascia il paese perché ciò certificava il fallimento delle politiche attive per il lavoro varate da questo, come dai precedenti governi.

Adesso scopriamo che non si tratta di paura di essere messi di fronte all’evidenza dei fatti con la comprensibile difficoltà di fornire qualche risposta, ma addirittura di ignorare il fenomeno o, peggio, di incentivarlo, perché chi se ne va e se ne vuole andare è, in fin dei conti una massa di rompiballe, un settore di popolazione che “è meglio averla fuori dai piedi”.

Poletti si iscrive nella lunga compagine di personaggi che nel corso di molti decenni (se non di tutto il ‘900), si sono adoperati per sollecitare i flussi di emigrazione dall’Italia affinché le tensioni sociali potessero essere ridotte e in modo tale che la presunta classe dirigente che restava a governare entro i confini avesse meno problemi possibile.

In passato, per avere meno problemi, per evitare che i conflitti sociali si accentuassero, per mantenere intatti i rapporti di potere e lo status quo vigente, si sono sottoscritti accordi di emigrazione con tanti paesi.

Adesso non ce n’è più bisogno; in regime di “libera circolazione” delle forze di lavoro, basta spargere polverina dorata sulle fantastiche sorti della cosiddetta generazione Erasmus alla conquista del mondo, in occupazioni variabili tra quelle di lavapiatti, magazziniere e cameriere; comunque occupazioni che in paesi relativamente più seri prevedono qualche garanzia in più, non ultima quella di essere almeno pagati senza passare dal tabaccaio a ritirare i voucher.

La cosa che sorprende è che da quanto deduciamo da Poletti, non si tratta solo di “libera circolazione”, ma di “circolazione incentivata”. Questo metterà in crisi i tanti che si sbracciano a sostenere che si tratta di una grande opportunità per le persone che la praticano. In realtà si tratta di una grande opportunità per le statistiche che vedono parzialmente ridotto il tasso di disoccupazione e di chi a giorni alterni le decanta, mentre vasti territori regionali vedono perdute le energie umane che hanno formato a prezzo di notevoli sacrifici familiari e anche di spesa pubblica (che sempre dai sacrifici delle famiglie deriva).

Ci saremmo aspettati (dai deputati dell'estero) reazioni sdegnate come quelle che sono registrate qualche settimana fa in altri contesti. Invece niente, a parte la condivisibile dichiarazione della deputata Fucsia-Nissoli che giustamente ne chiede le dimissioni insieme ad altri parlamentari ancora lucidi.

Il problema è che questo ministro è stato “riconfermato” pochi giorni fa. Come si fa, adesso, a innescare un rimpasto ? Meglio far finta di niente.  Meglio concentrarsi sulla imprescindibile TAV che ci porta verso la modernità (come ci educa il deputato Farina), o sulle natalizie considerazioni di quanto bene questo governo abbia fatto agli italiani all’estero (come fanno altri cittadini deputati), nella speranza che il periodo feriale faccia dimenticare rapidamente tanta insulsa ignominia.

In verità questo ministro andrebbe rimosso seduta stante. Lasciarlo lì dov’è getta una luce inquietante sul pur terminale governo di legislatura e ancora di più sulle qualità di una rappresentanza che fa acqua da tutte le parti. Ma noi – cari lettori – siamo in Italia, non in Erasmuslandia. Questo deve aver pensato in silenzio l’ex Presidente del Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) ed attuale Primo Ministro Paolo Gentiloni.

 

 

Rodolfo Ricci

(Segreteria Fiei / Coordinamento Filef)

 


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