{"id":13431,"date":"2017-06-21T13:25:26","date_gmt":"2017-06-21T11:25:26","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/?p=13431"},"modified":"2017-06-21T13:25:26","modified_gmt":"2017-06-21T11:25:26","slug":"italiani-allestero-i-loro-redditi-valgono-quasi-mezzo-punto-di-pil","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/filef.info\/index.php\/2017\/06\/21\/italiani-allestero-i-loro-redditi-valgono-quasi-mezzo-punto-di-pil\/","title":{"rendered":"ITALIANI ALL\u2019ESTERO, I LORO REDDITI VALGONO QUASI MEZZO PUNTO DI PIL"},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t\u201cOgni coincidenza dev\u2019essere senz\u2019altro casuale \u2014 ma fa riflettere \u2014 se l\u2019Italia per certi aspetti sembra tornata al 1878. Agostino Depretis fu primo ministro in quell\u2019anno di un Paese quantitativamente pari a met\u00e0 di quello di oggi: lo abitavano poco meno di trenta milioni di persone, contro gli oltre sessanta milioni del 2016; lo lasciavano poco pi\u00f9 di 50 mila italiani per cercare fortuna all\u2019estero, contro i 115 mila che ufficialmente hanno compiuto lo stesso passo nel 2016. In un dettaglio per\u00f2 l\u2019Italia di quasi 140 anni fa e quella attuale si somigliano in modo sorprendente:<br \/>\nl\u2019importanza del denaro guadagnato dai suoi cittadini all\u2019estero e portato in patria per garantire il tenore di vita delle famiglie\u201d. Cos\u00ec scrive <strong>Federico Fubini <\/strong>sul <strong>\u201cCorriere della sera\u201d<\/strong>: nell\u2019articolo pubblicato online dal quotidiano, il giornalista spiega che le <strong>rimesse dall\u2019estero <\/strong>pesano sul prodotto interno lordo come nel 1878. <!--more--><br \/>\n\u201cQuelle somme valevano mezzo punto percentuale del Prodotto interno lordo nel 1878, secondo le stime pi\u00f9 accettate, e sono tornate a pesare lo stesso rispetto al reddito nazionale l\u2019anno scorso. Noi italiani non assomigliamo pi\u00f9 ai nostri nonni, bisnonni o prozii con le valigie di cartone o i visti laboriosamente ottenuti dopo infinite umiliazioni burocratiche. Non assomigliamo pi\u00f9 neppure alla generazione dei nostri padri e alla loro sarcastica e dolorante epopea da pane e cioccolato. Ma siamo tornati a mandare soldi a casa. Neanche pochi.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n<strong>Il confronto<br \/>\n<\/strong><br \/>\nLa sorpresa salta fuori nelle pieghe della bilancia dei pagamenti cos\u00ec come viene declinata negli annessi alla Relazione annuale sul 2016 appena pubblicata dalla Banca d\u2019Italia. L\u2019anno scorso gli italiani hanno guadagnato all\u2019estero e portato a casa 7,2 miliardi di euro. Appena meno di mezzo punto del Prodotto interno lordo, esattamente come nel 1878. Lo hanno fatto, come allora, in grandissima parte come lavoratori dipendenti. Le differenze \u00e8 che oggi questa tendenza rivela non solo il disagio economico delle famiglie d\u2019origine, ma anche quanto sia entrata nel sangue degli italiani l\u2019integrazione economica internazionale che va sotto il nome di globalizzazione. Un\u2019occhiata ai dati della bilancia dei pagamenti mostra infatti due flussi paralleli di guadagni all\u2019estero, che gli italiani portano o mandano ai loro congiunti in patria. Il flusso pi\u00f9 tradizionale riguarda le rimesse, ovvero i soldi guadagnati all\u2019estero e poi spediti in Italia. Dopo quattro decenni di declino, esse risultano in notevole aumento bench\u00e9 pur sempre in dimensioni contenute.<br \/>\nLe rimesse dei migranti dall\u2019estero verso l\u2019Italia valevano 228 milioni di euro nel 2004 e 478 milioni nel 2011, nel pieno della Grande recessione. Poi nel 2015 e l\u2019anno scorso questa voce della bilancia dei pagamenti \u00e8 cresciuta a quota 646 milioni di euro, quasi triplicata in poco pi\u00f9 di dieci anni.<br \/>\nEra prevedibile, dato che l\u2019emigrazione ufficiale degli italiani verso l\u2019estero \u00e8 pi\u00f9 che raddoppiata dalle 50 mila persone l\u2019anno durante il ventennio chiuso nel 2009, fino ai 115 mila del 2016. Il flusso risulterebbe del resto molto pi\u00f9 robusto, se si potessero contare con precisione coloro che lasciano l\u2019Italia per Amburgo, Londra o Zurigo ma non compaiono nelle statistiche perch\u00e9 non cancellano la residenza nei Comuni di provenienza. Nel 2014 per esempio l\u2019ufficio statistico della Germania ha contato in arrivo dall\u2019Italia oltre il quadruplo degli italiani che secondo l\u2019Istat, l\u2019autorit\u00e0 statistica di Roma, erano partiti per la Repubblica federale quell\u2019anno. All\u2019Italia ne risultavano 17 mila, alla Germania 84 mila.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n<strong>Le famiglie<br \/>\n<\/strong><br \/>\nViste le dimensioni, queste rimesse di tipo tradizionale probabilmente integrano il reddito di circa 50 o 60 mila famiglie per poche migliaia di euro l\u2019anno. Impossibile dire dove vivano i beneficiari, ma la verit\u00e0 potrebbe sorprendere: forse pi\u00f9 a Nord che nel Mezzogiorno, pi\u00f9 nelle citt\u00e0 che nelle aree rurali. In uno studio per il \u00abNational Bureau of Economic Research\u00bb americano Massimo Anelli e Giovanni Peri hanno infatti mostrato, sulla base di dati della Farnesina, che l\u2019attuale ondata migratoria verso l\u2019estero viene molto pi\u00f9 dal Settentrione d\u2019Italia che dal Sud. E la alimentano pi\u00f9 le citt\u00e0 e le aree ad alta densit\u00e0 di laureati che le campagne e le aree arretrate. Abbiamo ripreso a mandare soldi a casa, ma non siamo pi\u00f9 gente da pane e cioccolata. Produciamo raffinati cervelli in fuga, ma un po\u2019 si sacrificano per la famiglia come i loro progenitori.<br \/>\nResta il fatto che il grosso dei redditi maturati all\u2019estero entra in Italia in modo meno tradizionale e pi\u00f9 contemporaneo. \u00c8 la linea della bilancia dei pagamenti che mostra in gran parte i redditi dei lavoratori frontalieri (e in parte minore quelli dei dipendenti italiani di aziende del Paese operanti fuori dei confini). Quei valori sono esplosi negli ultimi anni: i redditi dei lavoratori frontalieri riportati in patria valevano 4,5 miliardi nel 2011 e sono saliti fino a 6,6 miliardi l\u2019anno scorso.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n<strong>Le risorse<br \/>\n<\/strong><br \/>\nSono i soldi delle decine o centinaia di migliaia italiani che al mattino presto prendono un treno locale e vanno a lavorare in Svizzera, in Francia o in Austria per ritornare la sera. \u00c8 una forma di emigrazione parziale, sicuramente molto pi\u00f9 intonata a un\u2019economia del ventunesimo secolo. Ma conta finanziariamente sempre di pi\u00f9 per permettere a centinaia di migliaia di italiani delle provincie del Nord di quadrare la contabilit\u00e0 familiare ogni mese.<br \/>\nLa somme delle due fonti di redditi maturati all\u2019estero e trasferiti in Italia \u2014 rimesse tradizionali e redditi dei frontalieri \u2014 arriva quasi a mezzo punto di Pil. Come nel 1878, se non fosse che allora il pendolarismo attraverso le frontiere era impensabile. La somma totale \u00e8 comunque salita di 2,3 miliardi di euro fini a 7,2 miliardi dal 2011 e ormai supera quella di tutte le rimesse che gli immigrati stranieri mandano dall\u2019Italia verso il resto del mondo. Quest\u2019ultima, per la crisi e per la repressione di certe frodi dei cinesi a Prato e a Roma, \u00e8 infatti crollata da 7,3 a 5 miliardi in pochi anni\u201d.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n<strong>FONTE: <\/strong>aise.it\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cOgni coincidenza dev\u2019essere senz\u2019altro casuale \u2014 ma fa riflettere \u2014 se l\u2019Italia per certi aspetti sembra tornata al 1878. 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