{"id":14493,"date":"2018-06-12T18:03:22","date_gmt":"2018-06-12T16:03:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/?p=14493"},"modified":"2018-06-12T18:03:22","modified_gmt":"2018-06-12T16:03:22","slug":"immigrazione-emigrazione-cooperazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/filef.info\/index.php\/2018\/06\/12\/immigrazione-emigrazione-cooperazione\/","title":{"rendered":"IMMIGRAZIONE, EMIGRAZIONE, COOPERAZIONE"},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t<strong>di Rodolfo Ricci<\/strong><br \/>\nNell\u2019analisi degli attuali fenomeni migratori e delle connesse questioni economico-sociali, giuridiche e politiche \u00e8 opportuno richiamare alcuni aspetti di ordine storico e di approccio di indagine che consentano di ricostruire una unit\u00e0 di lettura dei fenomeni migratori in quanto effetti \u2013 e allo stesso tempo concause \u2013 dei mutamenti strutturali che li producono e che li alimentano.<span id=\"more-35838\"><\/span><br \/>\nDal punto di vista giuridico, accanto al diritto di migrare o di\u00a0<em>libera circolazione<\/em>, di accoglienza, di inserimento e di integrazione nei paesi ospiti (un diritto richiamato nei testi pi\u00f9 antichi di tutte le civilt\u00e0:\u00a0<em>\u201cero straniero e mi hai accolto\u201d<\/em>), va recuperato il diritto \u2013 moderno \u2013 di poter vivere dignitosamente nei luoghi e paesi di origine, oppure di potervi tornare in condizioni e con opportunit\u00e0 di re-inserimento civile, sociale e lavorativo, dignitoso; senza questa possibilit\u00e0 il diritto ad una libera circolazione rischia di celare la forzatura all\u2019espatrio, all\u2019emigrazione forzata, qualit\u00e0 che purtroppo contraddistingue la quasi totalit\u00e0 degli esodi emigratori almeno negli ultimi due secoli.<br \/>\nL\u2019attenzione\u00a0<em>univoca<\/em>\u00a0al diritto di spostamento e di stabilimento nasconde la ragione essenziale e profonda dei movimenti di masse di persone, innescati, oggi come ieri, dai movimenti paralleli di concentrazione di capitale, dallo sfruttamento incondizionato di grandi aree e territori periferici a vantaggio di quelli centrali e la necessit\u00e0 di disporre nei centri direzionali della produzione e della finanza di grandi quantit\u00e0 di risorse umane sottratte, senza alcuna contropartita, ai territori periferici di partenza.<br \/>\nIl fatto che non vi sia contropartita e cio\u00e8 che le persone vengano acquisite dai paesi di accoglienza senza che allo stesso tempo si produca un flusso finanziario in senso inverso \u2013 che almeno in parte compensi l\u2019appropriazione di capitale umano creato dai territori di partenza -, costituisce uno dei principali problemi per la comprensione degli effetti dei movimenti migratori, generalmente positivi per i paesi accettori \u2013 almeno nei periodi di crescita -, ma sempre negativi per le aree di partenza.<br \/>\nL\u2019occultazione di questo fatto sotto la moderna cortina fumogena del diritto individuale e personale ad emigrare nasconde la realt\u00e0 obiettiva dell\u2019impoverimento delle aree di partenza causato dalle migrazioni, cio\u00e8 di un capitale umano che viene trasferito, o regalato, ai paesi di arrivo.<br \/>\nCerto, vi sono dei rischi interpretativi nell\u2019approccio qui proposto. Ma sono decisamente pi\u00f9 gravi i rischi della sua ignoranza. Quando l\u2019aggressione \u201cestrattiva\u201d ai territori periferici passa, dalle risorse \u201cnaturali\u201d (terra coltivabile, acqua, risorse miniere, ecc.) al capitale umano, si assiste in realt\u00e0 al massimo livello di sfruttamento e di appropriazione possibile. E al definitivo superamento della fase coloniale della storia contemporanea \u2013 contraddistinto dall\u2019appropriazione e dal dominio dei territori \u2013 con quello del trasferimento ciclico delle fondamentali risorse dei territori coloniali dentro i centri direzionali dell\u2019economia capitalistica in ragione delle sue necessit\u00e0 congiunturali. La politica di dominio si emancipa definitivamente, dalla rozza conquista delle terre, al trasferimento netto delle sue risorse, nella misura e nelle qualit\u00e0 storicamente determinate dalle necessit\u00e0 di valorizzazione del capitale. Questo passaggio costituisce un\u2019innovazione decisiva. In un certo senso, costituisce la massimizzazione dell\u2019appropriazione del valore lavoro in quanto concepito come risorsa naturale, analogamente a quello delle altre risorse naturali. Cio\u00e8 come pura merce anonima, tra le altre merci. Ma si tratta della merce di maggior valore poich\u00e9 \u00e8 in grado di trasformare in oro tutto ci\u00f2 che tocca\u2026e la specificit\u00e0, unica, del lavoro immigrato rispetto al lavoro autoctono \u00e8 che esso non \u00e8 costato niente a chi lo usa.<br \/>\nI fenomeni migratori contemporanei si sviluppano in un arco temporale abbastanza lungo di cui, spesso, emergono o si colgono solo i momenti parossistici e talvolta emergenziali della partenza (o dell\u2019arrivo), mentre vengono tenuti in secondo ordine gli articolati e complessi processi di insediamento, inserimento e integrazione nelle societ\u00e0 di arrivo e gli effetti \u2013 strutturali e duraturi \u2013 che essi producono a diversi livelli, sia sui paesi di arrivo e, molto di pi\u00f9, su quelli di partenza.<br \/>\nD\u2019altra parte, nella discussione che si sviluppa all\u2019interno delle societ\u00e0 ospitanti, si registrano nel migliore dei casi, posizioni che privilegiano esclusivamente la questione del diritto individuale di movimento nel contesto dalla cosiddetta globalizzazione; in particolare nei settori dell\u2019opinione pubblica con orientamento\u00a0<em>\u201cprogressista\u201d<\/em>, si sottolinea la questione del diritto di emigrare, del diritto all\u2019accoglienza e di asilo, mentre si tende ad evitare una riflessione sugli effetti che l\u2019arrivo di cittadini migranti produce all\u2019interno delle societ\u00e0 di accoglienza in particolare rispetto al mercato del lavoro locale (aumento della competizione e della segmentazione divisoria e piramidale del mercato del lavoro), e, di conseguenza, sui processi di difesa\u00a0<em>identitaria<\/em>\u00a0delle comunit\u00e0 locali che, allo stesso tempo, sollecitano una reazione contraria, anch\u2019essa identitaria, delle etnie che si insediano, le quali sono giustamente restie ad una completa assimilazione culturale nelle societ\u00e0 ospitanti.<br \/>\nNei paesi ospitanti, l\u2019analisi \u201c<em>progressista\u201d<\/em>dei processi migratori e dei suoi connessi e variegati effetti vengono in gran parte diluiti in una visione assimilatoria o di apertura ecumenica e paternalistica che non d\u00e0 conto di quanto emerge qualora i processi di integrazione non funzionino a dovere \u2013 in particolari nelle fasi congiunturali di crisi \u2013 e che viene percepito dai settori pi\u00f9 svantaggiati delle popolazioni autoctone con contrasto e rifiuto in quanto aggressione al proprio status sociale e identitario. Le rivolte delle banlieu francesi prima e, a distanza di un decennio, l\u2019emergere di una posticcia identit\u00e0 islamica radicale nell\u2019area franco-belga in concomitanza con la nascita del Daesh in Siria e in Iraq sono esempi di queste dinamiche. Le reazioni xenofobe e neo razziste in tutta Europa (e negli Usa) ne costituiscono gli effetti macroscopici in un momento di crisi economica che non accenna a risolversi e in cui le prospettive di crescita dell\u2019occupazione e ridistribuzione dei redditi sono stati annichiliti dalle misure di austerit\u00e0 e dalla progressiva riduzione \u2013 e privatizzazione \u2013 dei sistemi di welfare.<br \/>\nAllo stesso tempo, ci\u00f2 che non si registra \u2013 o che non viene alla luce\u00a0 in questa discussione \u2013 \u00e8 la prospettiva di lettura dei paesi erogatori dei flussi emigratori verso il nord del mondo. Ci\u00f2 significa che per molti versi,\u00a0<em>\u201cce la cantiamo e ce la suoniamo\u201d<\/em>, o per essere pi\u00f9 prosaici, che tutta la vicenda delle migrazioni internazionali continua ad essere interpretata da un\u2019unica ottica o punto visuale \u2013 quello dei paesi ospitanti -, o, per essere pi\u00f9 precisi, quello delle loro classi dirigenti, parte delle quali, in ragione dei rispettivi interessi, cavalca un generico diritto di mobilit\u00e0, mentre la parte avversa stimola l\u2019onda xenofoba.<br \/>\nSoltanto quando il corso storico degli eventi fa passare un paese da fruitore ad erogatore di flussi emigratori si riconquista un equilibrio di analisi in grado di compendiare le due facce della medaglia: \u00e8 il caso dell\u2019Italia negli anni dieci del XXI secolo.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n<strong>L\u2019EMIGRAZIONE ITALIANA<\/strong><br \/>\nLa questione migratoria italiana, antica e recente, pu\u00f2 in questo contesto, venirci in soccorso, semplicemente perch\u00e9 l\u2019Italia \u00e8 stata, per oltre un secolo, paese di emigrazione e solo negli ultimi 4 decenni anche paese di immigrazione. Ma, dal 2008 in poi, il maturare della crisi ha fatto registrare la ripartenza di consistenti flussi di emigrazione nostrana dal nostro paese, parallelamente all\u2019arrivo di imponenti flussi di immigrazione non regolata causati da guerre, crisi ambientali e, pi\u00f9 in generale, dalla situazione di degrado in cui i processi di globalizzazione hanno ridotto gran parte del continente africano e alcune aree del medio oriente e del mediterraneo aggredite dai 25 anni di guerre dell\u2019occidente.<br \/>\nL\u2019Italia \u00e8 uno dei pochi paesi al mondo che, proprio per la sua storia, ha elaborato analisi dei fenomeni migratori sia dalla prospettiva del paese di esodo, sia da quello del paese di arrivo. Coniugare queste due prospettive pu\u00f2 costituire un elemento importante per un approccio al problema che consenta di minimizzarne gli effetti negativi e possibilmente di valorizzarne le opportunit\u00e0, in ogni caso, di immaginare strade di soluzione che non siano improntate all\u2019esclusivo interesse dei paesi di arrivo.<br \/>\nAllo stesso tempo, ci\u00f2 che ci insegna la storia italiana \u00e8 che per affrontare seriamente la questione migratoria in generale si dovrebbe essere bendisposti a mettere in discussione la\u00a0<em>\u201cnaturalit\u00e0 o fatalit\u00e0\u201d<\/em>\u00a0degli esodi di popolazioni ed invece a ristabilire un equilibrio positivo tra ragioni e regioni degli esodi.<br \/>\n<strong>\u00a0<\/strong><br \/>\n<strong>\u00a0<\/strong><br \/>\n<strong>APPROCCIO SOCIO-ECONOMICO e \u201cDIRITTO-UMANISTA\u201d<\/strong><br \/>\nSecondo Carlo Levi, la grande emigrazione italiana sviluppatasi tra la fine dell\u2019800 e la prima met\u00e0 del \u2018900 \u00e8 l\u2019effetto della sconfitta degli auspici e delle lotte sociali delle masse meridionali dopo l\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia. Secondo una celebre espressione di Francesco Saverio Nitti, alle masse meridionali non restava che scegliere tra due opzioni:\u00a0<em>\u201cO brigante o emigrante\u201d<\/em>. Sconfitta, dopo l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia, la rivolta delle plebi meridionali per la loro emancipazione e la conquista di terre da coltivare per la propria sopravvivenza, si apr\u00ec il grande fiume della prima emigrazione verso le Americhe.<br \/>\nPaolo Cinanni, nel secondo dopoguerra, ci propone un\u2019analisi pi\u00f9 strutturata e fondata dal punto di vista scientifico, arrivando a conclusioni analoghe: dopo la sconfitta del fascismo, fondato sul patto tra industriali del nord e grandi possidenti e latifondisti del sud, con il fallimento di una vera ed efficace riforma agraria che consentisse una ampia ridistribuzione delle terre e fornisse i mezzi per coltivarle, si dissolse la possibilit\u00e0 di uno sviluppo endogeno e democratico del meridione e, a seguito di tale fallimento, ricominci\u00f2 l\u2019emigrazione, questa volta prevalentemente verso il triangolo industriale e verso il nord Europa.<br \/>\nSecondo Levi e Cinanni, i due maggiori flussi emigratori che portano in un secolo circa 30 milioni di italiani all\u2019estero, sono frutto di due epocali sconfitte sociali e politiche. La conseguente riduzione della popolazione giovanile attiva costituisce, da una parte l\u2019occasione per ridurre le tensioni sociali in un paese che non \u00e8 in grado di valorizzare il proprio capitale umano disponibile e, allo stesso tempo, consente di riprodurre rapporti sociali conservativi e arretrati in cui le classi dominanti vedano garantita la propria riproduzione, lo status quo. In entrambi i casi, gli accordi di emigrazione\u00a0<em>\u201cconcordati con i paesi pi\u00f9 avanzati\u201d<\/em>\u00a0sono lo specchio di un patto sociale fondato sulla salvaguardia della rendita nelle aree di esodo e del parallelo interesse dell\u2019aggressivo capitale finanziario internazionale alla giovane forza lavoro del paese.<br \/>\nNon vi sono ragioni maltusiane (sovrappopolazione) all\u2019origine dei flussi, ma solo relazioni di scambio di natura neoimperialistica che le giustificano, tanto \u00e8 vero, dice Cinanni (<em>Emigrazione e Imperialismo<\/em>\u00a0\u2013 Ed. Riuniti 1968), che i flussi si determinano a seguito di accordi tra paesi, o meglio tra classi dirigenti di paesi accomunati dalla convergenza delle rispettive esigenze di sviluppo accelerato, da una parte, e di mantenimento di specifiche strutture di potere dall\u2019altra: sviluppo accelerato per i paesi centro europei ad alta concentrazione di capitale e relativa bassa concentrazione di forze di lavoro nell\u2019epoca del boom fordistico-tayloristico e, specularmente, paesi, come tutti quelli della costa mediterranea dell\u2019Europa, a pi\u00f9 bassa concentrazione di capitale e relativa maggiore presenza di forze di lavoro disponibili.<br \/>\nNell\u2019ambito di questo ragionamento, Cinanni finisce col vaticinare, all\u2019inizio degli anni \u201970, l\u2019emergere inevitabile \u2013 a meno di cambiamenti decisivi nelle relazioni tra i paesi europei \u2013 di una nuova\u00a0<em>\u201cquestione meridionale\u201d<\/em>\u00a0che riguarder\u00e0 tutte le penisole sud europee (la iberica, l\u2019italica, la balcanica e la greca) analogamente a quanto accaduto nei cento anni precedenti tra nord e sud Italia.<br \/>\n(<em>\u201cL\u2019emigrazione, strumento di sfruttamento e subordinazione dei paesi mediterranei\u201d<\/em>\u2013 in\u00a0<a href=\"https:\/\/cambiailmondo.org\/2016\/11\/16\/che-cose-lemigrazione-scritti-di-paolo-cinanni-presentazione-il-2-dicembre-a-roma\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Che Cos\u2019\u00e8 l\u2019Emigrazione<\/a>\u00a0\u2013 Scritti di Paolo Cinanni \u2013 Ed. Filef 2016)<br \/>\n<strong>\u00a0<\/strong><br \/>\n<strong>\u00a0<\/strong><br \/>\n<strong>AMBIGUITA\u2019 DELLA \u201cLIBERA CIRCOLAZIONE\u201d<\/strong><br \/>\nDall\u2019inizio degli anni \u201980, parallelamente all\u2019affievolirsi dei flussi emigratori dall\u2019Italia e alla parallela crescita dei flussi immigratori, comincia a farsi strada un\u2019interpretazione dei flussi migratori come opportunit\u00e0 di sviluppo (<em>risorsa emigrazione<\/em>) e insieme di apertura ad altri mondi identitari, analogamente a quanto gi\u00e0, le classi dirigenti nord europee, con varie contraddizioni interne alle diverse aggregazioni politiche, datoriali e sindacali, andavano producendo: proprio perch\u00e9 si parla, ormai, di immigrati \u2013 non pi\u00f9 di emigrati \u2013 l\u2019accento si sposta sulle grandi opportunit\u00e0 di emancipazione individuale che i movimenti migratori offrono a chi li percorre e a chi li accoglie; emancipazione economica, sociale e \u2013 ma solo in prospettiva -, anche civile, che consente di superare condizioni e relazioni sociali arcaiche tipiche dei paesi di provenienza, generalmente arretrati e, allo stesso tempo crescita economica per il paese.<br \/>\nL\u2019indagine si sposta dunque da un approccio sociale e politico\u00a0<em>olistico<\/em>\u00a0in grado di tenere insieme i due corni del problema, ad un approccio che predilige la dimensione individuale della libert\u00e0 del cittadino migrante nella quale prevale l\u2019impostazione che potremmo definire genericamente\u00a0<em>diritto-umanistica<\/em>, cio\u00e8 del diritto alla libera circolazione delle persone, un approccio che tuttavia rischia di ignorare progressivamente le ragioni di fondo dei movimenti migratori e gli effetti che essi producono e produrranno a medio e lungo termine sui paesi di origine: gli stessi effetti che analoghi movimenti di massa avevano prodotto in tempi lontani e recenti, ma comunque in modo duraturo, ad esempio nel meridione italiano.<br \/>\nSi d\u00e0 per scontato ed ovvio che i flussi emigratori abbiano sempre e solo un\u2019unica direzione: tante diverse correnti che per\u00f2 si muovono solo da sud verso il nord civilizzato, industrializzato e\u00a0<em>libero<\/em>. Il perfetto contrario dei flussi legati ai processi di colonizzazione che storicamente erano andati in senso inverso e che, guarda caso, erano stati prodotti proprio da quel nord libero, civilizzato, industrializzato, insomma dall\u2019occidente avanzato, all\u2019interno del quale ormai ci collochiamo pienamente.<br \/>\nIn realt\u00e0 i flussi di popolazione seguivano allora e seguono oggi la stessa direttrice del flusso di risorse naturali e di concentrazione dei capitali che si muove sempre prevalentemente da sud a nord (e da est verso ovest); il fatto che ad essi si sommino oggi esodi epocali e incontrollati di persone, significa probabilmente che la parte di risorse naturali che in epoca coloniale veniva conferita o lasciata nei luoghi di origine, adesso non \u00e8 pi\u00f9 sufficiente alla riproduzione, in tali aree, di una vita dignitosa, seppure con bassi livelli di consumo, mentre allora era, almeno relativamente, sufficiente ad impedire esodi imponenti come quelli che abbiamo di fronte.<br \/>\nL\u2019altra novit\u00e0 sembra costituita dal fatto che la fase di globalizzazione succeduta a quella fordista necessita di incorporare all\u2019interno dei paesi\u00a0<em>guida<\/em>\u00a0di quote sempre maggiori di capitale umano caratterizzato da diversi livelli di qualificazione, da una parte per contrastarne il declino demografico, dall\u2019altra per garantire un livello medio del costo del lavoro compatibile con le sfide che emergono dall\u2019imporsi sulla scena globale dei grandi paesi asiatici con costi medi del lavoro notevolmente inferiori.<br \/>\nSe quindi a parlare di emigrazione sono i paesi di arrivo, l\u2019attenzione viene posta, nel migliore dei casi, sulla dimensione dei diritti di accoglienza, soggiorno, integrazione, ecc., ma ci\u00f2 non impedisce tuttavia che dopo 40 anni dall\u2019inizio massiccio dei movimenti immigratori verso l\u2019Italia, questi diritti continuino in gran parte ad essere disattesi: le vicende di Rosarno, dei raccoglitori delle produzioni agricole dell\u2019intero meridione dalla Calabria, alla Sicilia, alla Puglia, alla Campania, come gli innumerevoli episodi che coinvolgono lavoratori immigrati nell\u2019edilizia e in altri settori maturi stanno l\u00ec a dimostrarcelo. Allo stesso modo, la quasi totalit\u00e0 del settore della cura alle persone \u2013 badanti \u2013 costituisce un ambito di lavoro informale e sottopagato sostitutivo di un welfare sempre pi\u00f9 privatizzato e altrimenti impraticabile a causa della necessit\u00e0 di contenimento del debito pubblico.<br \/>\nA distanza di decenni, questi lavoratori, oltre ad una condizione sociale di serie B, non hanno ancora neanche acquisito il diritto di voto amministrativo. Ci\u00f2 significa che la\u00a0<em>\u201crisorsa emigrazione\u201d<\/em>\u00a0\u00e8 essenzialmente risorsa per lo specifico sistema paese che li accoglie in un momento di destrutturazione e precarizzazione del mercato del lavoro e del welfare, consentendo per esempio, il pareggio dei bilanci degli istituti previdenziali anche attraverso l\u2019appropriazione \u2013 o il furto \u2013 di parti consistenti dei contributi pensionistici. Si tratta e si \u00e8 trattato quindi di un uso reazionario tutt\u2019altro che progressista di questa\u00a0<em>risorsa<\/em>\u00a0che non ha minimamente affrontato la questione generale della ridistribuzione dei redditi e di un modello alternativo di organizzazione sociale. Si potrebbe dire che dentro la globalizzazione, tutto deve o doveva cambiare eccetto ci\u00f2 che dovrebbe o deve cambiare.<br \/>\nCon i risultati nefasti delle guerre ventennali in medio oriente e con le successive aggressioni a Libia e Siria in concomitanza con le cosiddette primavere arabe e con l\u2019incedere della crisi capitalistica del 2007-2008 (e i suoi enormi effetti sui paesi africani e medio orientali: crollo dei prezzi delle produzioni agricole, parallelo sviluppo del \u201cland grabbing\u201d ad opera di multinazionali asiatiche e occidentali in molti paesi, ecc.) i cui esiti finiscono col lambire duramente tutto il sud Europa, i flussi immigratori si trasformano in veri e propri esodi \u201cincontrollabili\u201d.<br \/>\nE\u2019 a questo punto che, in Italia e nell\u2019intera Europa, la coppia interpretativa \u201caccoglienza\u201d vs \u201crespingimento\u201d, \u201cintegrazione\u201d vs \u201cxenofobia\u201d, ritrova una sua dinamica analoga, ma fortemente amplificata, a quella a cui si era assistito negli anni \u201950 e \u201960 nei paesi nord-europei, quando ad emigrare erano stati gli italiani, gli spagnoli, i greci, i portoghesi, gli jugoslavi. Ma, a parte la questione dell\u2019accoglienza, in cui forse in quanto patria della cristianit\u00e0 continuiamo a distinguerci relativamente dal resto d\u2019Europa, gran parte della concreta dimensione dei diritti continua a rimanere ipocritamente inevasa (come appunto accade in ambito previdenziale, per cui, come accennato, un lavoratore straniero proveniente da un paese non coperto da accordi bilaterali con il nostro paese, se lavora meno di 20 anni in Italia e poi torna definitivamente al proprio paese di origine non potr\u00e0 godere dei contributi che nel frattempo ha versato, pur essendo definitivamente approdati all\u2019osannato regime \u201ccontributivo\u201d).<br \/>\nLa grande differenza da quella fase storica \u00e8 infatti che i nuovi flussi avvengono all\u2019interno di una dimensione di crisi permanente e di ristagno economico che si avvolge su se stesso e per il quale non si intravvedono vie di uscita, diversamente da quando l\u2019intero occidente era percorso dai miracoli economici nazionali che sembravano consentirne una crescita infinita. Che essi si producono solo in minima parte attraverso accordi bilaterali tra paesi, ma nella cornice indefinita della globalizzazione, che si diffondono in contesti di mercati del lavoro nazionali sempre pi\u00f9 precarizzati a partire dalle popolazioni autoctone.<br \/>\nBisogna ricordare che nel periodo che va dagli anni \u201850 ai \u201870, l\u2019\u201daccorto\u201d atteggiamento utilitaristico di paesi come la Germania, prevedeva che l\u2019immigrazione fosse sempre congiunturale, vale a dire abbinata alle fasi crescenti del ciclo, mentre nei periodi recessivi, i lavoratori immigrati potevano essere rispediti ai rispettivi paesi, tanto che si era coniato il formidabile sostantivo di\u00a0<em>gastarbeiter<\/em>, cio\u00e8 di lavoratore ospite a tempo determinato. Questa opportunit\u00e0 di\u00a0<em>respingimento soft<\/em>\u00a0venne usata da questo paese in tutte le crisi congiunturali degli anni \u201870 e \u201980, ripercorrendo un\u2019antica tradizione di utilizzo della forza lavoro straniera.<br \/>\nLa concreta possibilit\u00e0 di emancipazione, integrazione, successo del singolo lavoratore immigrato era dunque, in ogni caso, determinato dalle esigenze economiche nazionali, dall\u2019andamento dell\u2019export e dei cicli. Si trattava cio\u00e8 di una pianificazione nella dimensione di stato-nazione. Ne \u00e8 prova che degli oltre 8 milioni di italiani che hanno sperimentato l\u2019emigrazione verso la Germania nel dopoguerra fino agli anni \u201980, la popolazione italiana in questo paese non ha mai superato il milione. Il resto, nel frattempo, rientrava o era costretto a rientrare in Italia.<br \/>\nIl diritto di libera circolazione, da questo punto di vista, \u00e8 stato sempre una variabile della possibilit\u00e0 di valorizzazione del capitale locale nazionale dei paesi ospitanti. E da questo punto di vista, passata al sbornia ideologica della globalizzazione infinita, non vi \u00e8 alcuna essenziale novit\u00e0, come dimostrato recentemente anche dagli accordi tra Gran Bretagna e UE (in particolare a discapito dei diritti previdenziali dei lavoratori immigrati di origine comunitaria: polacchi, bulgari, rumeni ed italiani) che precedettero il Brexit.<br \/>\nLa\u00a0<em>\u201clibera circolazione\u201d<\/em>\u00a0delle forze di lavoro in Europa, rispondeva alla necessit\u00e0 di mantenere un equilibrio tra concentrazione finanziaria crescente in alcuni paesi e disponibilit\u00e0 di forza lavoro proveniente da paesi in stagnazione o in surplus relativo di popolazione attiva rispetto ai propri sistemi produttivi in balia di una competizione aperta ed accentuata. Non quindi di ristabilire un equilibrio tra aree sviluppate ed aree svantaggiate o in ritardo di sviluppo. Anzi, l\u2019esatto opposto. Come anche dimostrato dalla dinamica degli spread sui titoli pubblici e dall\u2019incedere inarrestabile del debito che, guarda caso (ed andrebbe attentamente ristudiato alla luce degli eventi dell\u2019ultimo decennio), riguarda essenzialmente le aree comunitarie storicamente erogatrici di forza lavoro emigrata.<br \/>\n<strong>\u00a0<\/strong><br \/>\n<strong>\u00a0<\/strong><br \/>\n<strong>LA \u201cNUOVA EMIGRAZIONE\u201d ITALIANA<\/strong><br \/>\nE\u2019 per gli stessi motivi che negli anni seguenti all\u2019inizio della crisi del 2007-2008, si assiste ad un progressivo intensificarsi dei flussi di nuova emigrazione dall\u2019Italia (e analogamente dagli altri paesi del sud e dell\u2019est europeo), verso il nucleo duro della UE ed anche, nuovamente, oltre oceano, prevalentemente verso Australia e Canada, con l\u2019inaugurazione di nuove rotte verso diversi paesi emergenti.<br \/>\nQuesta volta ad emigrare sono anche giovani a medio-alta qualificazione, in buona parte laureati e diplomati. Non si tratta solo dei cosiddetti cervelli, la cui perdita comunque costituisce di per s\u00e9 un fattore per niente positivo che la dice lunga sullo stato in cui versa anche il nostro sistema di ricerca scientifica pubblica e privata, ma anche di moltissimi giovani e meno giovani aggrediti dalla crisi e senza opportunit\u00e0 di occupazione dignitosa o minimamente adeguata alla propria formazione e qualificazione. Stando ai dati di ingresso registrati da paesi come la Germania, la Gran Bretagna, l\u2019Olanda, la Svizzera, il Belgio e l\u2019Australia, nel quinquennio 2013-17, il flusso emigratorio italiano raggiunge livelli vicini a quello medio degli anni \u201960 e supera di gran lunga i flussi di immigrazione da lavoro sommati anche ai flusso di arrivo di profughi e asilanti provenienti dal Mediterraneo e dall\u2019Africa. Secondo stime ampiamente condivise, circa 250mila\/300mila persone sono espatriate ogni anno dal 2013 ad oggi, mediamente 2,5\/3 volte il dato fornito dall\u2019Istat. (Mentre l\u2019entit\u00e0 dello stock di emigrazione \u00e8 attualmente, secondo le Anagrafi consolari, pari ad oltre i 5,6 milioni di persone, quello immigratorio \u00e8 di circa 5,2 milioni. Poi vi sono circa un milione di emigrati non censiti, mentre gli irregolari immigrati sono circa mezzo milione. I totali darebbero 6,5 milioni di emigrati e 5,5 milioni di immigrati. La somma di emigrati e di immigrati \u00e8 pari al 20% della popolazione totale italiana).<br \/>\nSi tratta quindi di una nuova emigrazione di massa, la cui entit\u00e0 e consistenza risulta stranamente \u2013 diciamo cos\u00ec \u2013 sottovalutata e sottaciuta. Cercare di comprenderne il perch\u00e9 aiuterebbe a disvelare l\u2019 ideologia di cui \u00e8 impregnata la discussione sui movimenti migratori nel loro complesso.<br \/>\nLe diverse varianti dell\u2019approccio positivo \u2013\u00a0<em>senza se e senza ma<\/em>\u00a0\u2013 alla libera circolazione delle persone si sforzano di interpretare questi massicci movimenti come opportunit\u00e0 di libera crescita individuale che non deve essere contrastata e che anzi, in un vago futuro, potr\u00e0 portare dei risultati positivi al paese. Ma questo tentativo interpretativo appare sempre pi\u00f9 difficile da sostenere: mentre la Germania ha in programma di ottenere, da ora, al 2050-60, un saldo positivo di immigrazione di circa 10 milioni di persone (cosa raggiungibile facendo entrare almeno 20 milioni di persone in questo arco di tempo), l\u2019Italia rischia, secondo lo Svimez, in particolare nel meridione, di assistere ad una desertificazione demografica di 5,5 milioni di persone, sempre al 2050-60. Recentemente l\u2019Istat ha ampliato questa previsione fino alla cifra record di -7 milioni.<br \/>\nGi\u00e0, perch\u00e9 l\u2019altro problema non secondario \u00e8 quello che gli attuali movimenti migratori intra-europei si verificano in una contesto di forte contrazione demografica generalizzata dell\u2019intero continente (a parte la Francia), diversamente da quanto accaduto fino agli anni \u201970. E, contrariamente a quanto si immagina, i paesi centrali accettori di emigrazione, privilegiano non i flussi provenienti da paesi extraeuropei, ma appunto quelli inter-comunitari che ne costituiscono circa i 2\/3 e che hanno mediamente un alto livello di qualificazione. Ci\u00f2 significa che la risorsa umana, in particolare quella qualificata, \u00e8 una merce sempre pi\u00f9 appetibile e ad essa si guarda come ad una vera e propria risorsa naturale limitata, ma gratuita, diversamente dalle risorse naturali che vengono quotate in qualche borsa globale e acquistate almeno in cambio di valuta pregiata.<br \/>\nL\u2019accaparramento di questa risorsa \u00e8 dunque un obiettivo strategico, in grado di determinare il futuro dello sviluppo di paesi ed aree territoriali, anche perch\u00e9, in un contesto di accentuata competizione tecnologica, essa costituisce il fattore che fa la differenza: dentro l\u2019economia della conoscenza, la disponibilit\u00e0 di lavoro intelligente \u00e8 il fattore determinante.<br \/>\nPaesi come Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria sono stati sottoposti, ancor pi\u00f9 che i paesi del sud Europa, ad un salasso ampio e costante di flussi emigratori. Quasi un quarto dell\u2019intera popolazione rumena vive all\u2019estero; come circa un quarto di popolazione tedesco orientale \u00e8 emigrata verso l\u2019ovest del paese dopo la riunificazione. Sarebbe molto istruttivo studiare la connessione tra questi fenomeni e l\u2019evoluzione politica in questi paesi (Visegrad, ecc.), oltre che, appunto, nella ex Germania orientale, dove\u00a0<em>AfD (Alternative fuer Deutschland),\u00a0<\/em>il partito xenofobo in forte ascesa, vanta percentuali doppie rispetto all\u2019ovest, mentre la percentuale di stranieri ivi residenti \u00e8 notevolmente al di sotto di quella che si registra all\u2019ovest. Si verrebbe tentati di affermare che il tasso di xenofobia e razzismo \u00e8 direttamente proporzionale al tasso di emigrazione, piuttosto che di immigrazione !<br \/>\nSoprattutto le aree interne di tutti i paesi europei di nuova emigrazione sperimentano una sorta di\u00a0<em>tsunami demografico<\/em>\u00a0(Stefano Boffo e Enrico Pugliese \u2013 \u201c<em>L\u2019Emigrazione dei Meridionali\u201d<\/em>\u00a0\u2013 In Rivista delle Politiche Sociali n. 4-2017 \u2013 Ed. Ediesse) con punte inquietanti: da una recente indagine svolta da Carmine Nardone e Grazia Moffa nell\u2019area del Beneventano si registra che la popolazione dei comuni tra i 5 e i 10mila abitanti hanno subito uno svuotamento del 30-35% di popolazione in gran parte giovane, solo nel quinquennio 2011-2016. L\u2019effetto di questi spostamenti su questi territori e sui loro tessuti sociali ed economici, sono devastanti e non recuperabili nel breve medio periodo: stiamo assistendo alla nascita di una nuova geografia.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n<strong>EMIGRAZIONE O COOPERAZIONE<\/strong><br \/>\nIn questo scenario complesso, il nostro paese assume le caratteristiche di un inconsueto\u00a0<em>\u201ccrocevia migratorio\u201d<\/em>, secondo l\u2019espressione di Enrico Pugliese (<em>\u201cQuelli che se ne vanno\u201d<\/em>\u00a0\u2013 Ed. Il Mulino 2018); ci troviamo cio\u00e8 alle prese con grandi flussi in arrivo dal sud e dall\u2019est del Mediterraneo verso i paesi periferici dell\u2019Europa e, allo stesso tempo, con grandi flussi in uscita dal sud e dall\u2019est Europa verso il centro-nord del continente. Il nord predilige i flussi in arrivo dai paesi europei periferici, mentre cerca di contenere all\u2019interno di essi (Europa mediterranea ed est Europa), quelli provenienti da Africa e Oriente. Alla divisione internazionale del lavoro si accoppia la selezione mirata dei flussi migratori. Siamo cio\u00e8 di fronte ad un nuovo scenario che mantiene intatte le logiche di una geopolitica che rimodula e generalizza gli ingredienti dell\u2019imperialismo post-coloniale, graduando sapientemente i loro effetti e realizzando una sorta di cerchi concentrici per le masse umane in movimento che, a seconda del loro valore in termini di competenze e niveu formativi, devono essere contenute nelle periferie o possono essere ammesse e integrate nei centri di progettazione e di direzione finanziaria e capitalistica, in misura delle necessit\u00e0 dei reciproci sistemi produttivi e in misura delle necessit\u00e0 di un mercato del lavoro sempre pi\u00f9 precarizzato e di un welfare in fase di ulteriore contrazione.<br \/>\nSembra trattarsi della riprogettazione della divisione internazionale del lavoro tra i paesi avanzati, in particolare tra economie a maggiore o minor grado di finanziarizzazione e di sviluppo teconologico e industriale: la \u201cqualit\u00e0\u201d media dei flussi migratori (livelli di scolarizzazione, competenze, congenialit\u00e0 culturali) deve essere tendenzialmente compatibile con la posizione riservata ai singoli paesi nella nuova divisione internazionale del lavoro. Una dinamica che non riguarda solo la relazione tra paesi, ma anche la relazione tra aree di singoli paesi, ad esempio nord-sud Italia o Ovest-Est della Germania.<br \/>\nNe viene fuori un conglomerato esplosivo per i paesi (e i territori) periferici, i quali sono alle prese allo stesso tempo con arrivi di massa dai continenti della povert\u00e0 e con esodi di massa di popolazione giovanile ad alta qualificazione, mentre per i paesi centrali, si riproduce l\u2019antica e provvida divisione funzionale del mercato del lavoro con diritti ed opportunit\u00e0 segmentati a seconda della differente origine e qualit\u00e0 della merce lavoro, limitata soltanto dalla possibilit\u00e0 congiunturale di valorizzazione che si d\u00e0 in un determinato paese o in un\u2019area, in un determinato tempo. Se i tempi sono infausti, si procede a misure di riduzione dei diritti di welfare per i nuovi arrivati o addirittura di espulsione mettendo anche in discussione i sacri trattati. Il Belgio ha provveduto negli ultimi anni a intimare l\u2019obbligo di lasciare il paese a migliaia di cittadini comunitari perch\u00e9 \u201cdi eccessivo peso\u201d per il proprio sistema di welfare. Circa un migliaio gli italiani. Analogamente hanno fatto per anni, ben prima della Brexit, diversi Laender tedeschi.<br \/>\nIn mancanza di politiche di riequilibrio generali o regionali, gli effetti di questo intreccio migratorio sui paesi e sulle aree di origine dei flussi sono quindi destinati a peggiorare ulteriormente e, inevitabilmente, a riprodurre ed anzi ad intensificare ulteriori flussi di emigrazione fino al deperimento o alla distruzione del tessuto produttivo e sociale mettendo sotto stress certamente i paesi di partenza, ma anche i primi paesi di arrivo, che nel nostro caso, sono sempre ed ancora quelli periferici del sud e dell\u2019est europeo.<br \/>\nLa desertificazione sociale avanza a grandi passi e con gradazioni differenziate da area ad area; i territori e gli eco-sistemi colpiti da questi esodi ne risulteranno a lungo sconvolti.<br \/>\nQuesta situazione da cui difficilmente anche i paesi che si ritengono pi\u00f9 forti resteranno alla lunga immuni, pu\u00f2 essere interrotta solo con un cambiamento radicale dei paradigmi e delle ragioni di scambio; solo con grandi progetti di cooperazione finalizzata allo sviluppo e al recupero dei differenziali di produttivit\u00e0; soltanto con un stop ai processi di accaparramento delle terre e delle risorse naturali e di centralizzazione finanziaria e capitalistica incontrollata. In ultima istanza con il contenimento e la riconfigurazione dei processi di globalizzazione che non pu\u00f2 pi\u00f9 essere gestita in termini neoliberistici.<br \/>\nNon vi sono alternative se non quelle verso una risocializzazione e ridistribuzione delle risorse all\u2019interno dei singoli paesi che consenta di ampliare i rispettivi mercati interni e di ridurre il ritmo di espropriazione di risorse naturali ed umane; mentre, nei rapporti tra singoli paesi, \u00e8 indispensabile un ritorno a ragioni di scambio sostenibili ed equilibrate in modo che si riducano i differenziali di produttivit\u00e0 (o di declino) e si blocchi la desertificazione economica e sociale a cui si va altrimenti incontro.<br \/>\nIn un auspicabile processo di questo tipo, che solo una politica forte pu\u00f2 determinare, sono proprio i paesi periferici del sud Europa che paradossalmente possono fare la differenza: semplicemente perch\u00e9 saranno questi paesi a dover assumere delle decisioni prima di altri se non vogliono rischiare di restare stritolati dal\u00a0<em>crocevia migratorio<\/em>.<br \/>\nSe la risorsa umana qualificata costituisce sempre pi\u00f9 il fattore centrale dello sviluppo, i paesi in eccesso di forza lavoro qualificata \u2013 rispetto alla loro attuale capacit\u00e0 di valorizzazione interna, come ad esempio quelli del sud Europa-, dovrebbero assumere politiche che ne impediscano il deflusso verso i paesi pi\u00f9 forti, ma piuttosto, eventualmente, orientare almeno una parte di tali flussi verso le aree pi\u00f9 deboli che sono a corto di specifiche competenze per il loro sviluppo, cosa che pu\u00f2 consentire, allo stesso tempo, un parziale riequilibrio e conseguentemente una riduzione della crescita di correnti immigratorie incontrollabili verso i propri confini. Si tratta cio\u00e8 di governare i flussi di emigrazione qualificata nostrana e di orientarli, almeno in parte, verso politiche di cooperazione internazionale. Chi sta al centro del Mediterraneo ha, da questo punto di vista, un grande compito.<br \/>\nSe la variabile emigratoria (in questo caso quella sud europea) \u00e8 un fattore strategico, si debbono costruire strumenti adeguati affinch\u00e9 essa non sia gestita dall\u2019esterno, cio\u00e8 dal libero mercato e dai suoi paesi guida, ma diventi costitutiva di un approccio geopolitico finalizzato alla cooperazione e alla democrazia economica e, nei contesti dovuti, all\u2019intervento umanitario, cosa, quest\u2019ultima, sperimentata con successo in paesi africani e latino-americani, da un piccolo paese come Cuba, povero di risorse naturali, ma non di capitale umano, che ha in pi\u00f9 occasioni utilizzato in questa chiave il proprio personale medico e sanitario\u00a0<em>\u201cin relativo esubero\u201d<\/em>.<br \/>\nIl libero diritto di emigrazione individuale dovrebbe essere rimodulato alla luce della necessit\u00e0 dei territori erogatori di riconquistare un proprio diritto di conservazione, riproduzione e utilizzo interno delle proprie risorse umane (e dei propri ecosistemi). L\u2019individuale diritto umano di emigrare va coniugato col diritto umano a non dover emigrare per forza. E se si deve lasciare la gente emigrare, vale la pena farlo non per arricchire ulteriormente chi \u00e8 gi\u00e0 ricco, ma piuttosto per aiutare a svilupparsi chi \u00e8 pi\u00f9 povero. Alla globalizzazione neoliberista che sollecita grandi movimenti migratori di massa lungo una linea che tende verso i centri del finanz-capitalismo globale, si dovrebbe rispondere con un approccio di globalizzazione delle risorse umane finalizzato al riequilibrio economico, sociale e ambientale, un approccio ad una generalizzata cooperazione internazionale che necessita tuttavia di una guida, di un attore, di una forte soggettivit\u00e0 politica e istituzionale.<br \/>\nLe coppie interpretative\u00a0<em>buonismo<\/em>\u00a0vs\u00a0<em>cattivismo<\/em>,\u00a0<em>societ\u00e0 aperta<\/em>\u00a0vs\u00a0<em>societ\u00e0 chiusa<\/em>\u00a0ed altre mediocri amenit\u00e0 che si legittimano vicendevolmente, che ci hanno portato agli esiti attuali e in cui continuiamo improvvidamente a sostare, dovrebbero essere espunte dal vocabolario dell\u2019analisi e dell\u2019indagine. Le dinamiche con cui abbiamo a che fare non sono neanche\u00a0<em>pi\u00f9 complesse<\/em>, sono piuttosto semplici, evidenti, farebbero parte del\u00a0<em>senso comune<\/em>, se esso non fosse stato cos\u00ec proditoriamente inquinato dall\u2019ideologia del neoliberismo globalizzato.<br \/>\nSe, infine, come sostengono Carlo Levi e Paolo Cinanni, le migrazioni moderne sono anche il risultato di sconfitte sociali e politiche, \u00e8 proprio da l\u00ec che si dovrebbe riprendere a districare la matassa. Un buon esercizio per il ripasso estivo a sinistra.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n<em>Rodolfo Ricci<\/em><br \/>\n<em>(Federazione italiana emigrazione immigrazione)<\/em><br \/>\n12\/06\/2018<br \/>\n__________<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n<strong>Riferimenti:<\/strong><br \/>\n&nbsp;<br \/>\n\u201cQuelli che se ne vanno\u201d \u2013 Enrico Pugliese \u2013 Il Mulino 2018<br \/>\nRivista delle politiche Sociali n.4-2017 \u2013 a cura di S. Boffo e E.Pugliese \u2013 Ediesse 2018<br \/>\n(Im)Migrazione e Sindacato \u2013 a cura di Emanuele Galossi \u2013 Fondazione Di Vittorio \u2013 Ediesse 2017<br \/>\n<u><a href=\"https:\/\/cambiailmondo.org\/2017\/11\/12\/la-nebulosa-nuova-emigrazione-di-massa-composita-e-precaria-chiede-orientamento-e-tutele-i-risultati-del-convegno-del-faim\/\">La nebulosa Nuova Emigrazione: di massa, composita e precaria. Convegno Senato FAIM \u2013 2017<\/a><\/u><br \/>\n<a href=\"https:\/\/cambiailmondo.org\/2017\/03\/29\/nuova-emigrazione-italiana-la-relazione-del-cgie-alla-camera-poletti-bisogna-agire\/\">Nuova Emigrazione Italiana: la relazione del CGIE alla Camera \u2013 2017<\/a><br \/>\n<a href=\"https:\/\/cambiailmondo.org\/2017\/07\/11\/gli-italiani-in-germania-ancora-un-reservarmee-per-il-mercato-del-lavoro-tedesco\/\">Italiani in Germania: Ancora una Reservearmee per il mercato del lavoro tedesco ? \u2013 Edith Pichler 2017<\/a><br \/>\n<a href=\"https:\/\/cambiailmondo.org\/2016\/11\/16\/che-cose-lemigrazione-scritti-di-paolo-cinanni-presentazione-il-2-dicembre-a-roma\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Che Cos\u2019\u00e8 l\u2019Emigrazione \u2013 Scritti di Paolo Cinanni<\/a>\u00a0\u2013 a cura di R. Ricci \u2013 Ed. Filef 2016<br \/>\nGermania: Migrazioni, euro-mobilit\u00e0 interna e cittadinanza europea (?) \u2013 Edith Pichler, In \u201cWhy Europe? German Italian Reflections on a Common Topic\u201d \u2013 Stuttgart: Franz Steiner Verlag, 2016<br \/>\n<a href=\"https:\/\/italia-germania:%20lo%20spread%20dmografico-migratorio%20a%2060%20anni%20dagli%20accordi%20del%201955\/\">Italia-Germania: lo spread demografico-migratorio a 60 anni dagli accordi del 1955<\/a><br \/>\n<a href=\"https:\/\/cambiailmondo.files.wordpress.com\/2014\/08\/filef-nuove-migrazioni_book.pdf\">\u201dLe nuove generazioni nei nuovi spazi e tempi delle migrazioni\u201d \u2013 a cura di Francesco Calvanese \u2013 FILEF -Ediesse (2014)<\/a><br \/>\n\u201cMigrazioni. Immigrazione ed emigrazione, analogie e differenze: i modelli di insediamento\u201d-\u00a0<em>Conferenza internazionale \u2013 Brescia, 18 aprile 2012 \u2013 a cura di E. Castellano e C. Sorrentino \u2013\u00a0<\/em>Ediesse 2013<br \/>\n<a href=\"https:\/\/cambiailmondo.org\/2014\/05\/11\/il-convegno-di-colonia-sulla-nuova-emigrazione\/\">Il convegno di Colonia sulla \u201cnuova emigrazione\u201d \u2013 2013<\/a>\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Rodolfo Ricci Nell\u2019analisi degli attuali fenomeni migratori e delle connesse questioni economico-sociali, giuridiche e politiche \u00e8 opportuno richiamare alcuni aspetti di ordine storico e di approccio di indagine che &hellip; <\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":13435,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[133,132,20,128,10,6,129,127,18],"tags":[],"class_list":["post-14493","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-associazionismo","category-economia","category-emigrazione","category-immigrazione","category-lavoro","category-nuova-emigrazione","category-politica","category-evento","category-rete-fiei"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14493","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=14493"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14493\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=14493"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=14493"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=14493"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}