{"id":14564,"date":"2018-07-12T14:23:01","date_gmt":"2018-07-12T12:23:01","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/?p=14564"},"modified":"2018-07-12T14:23:01","modified_gmt":"2018-07-12T12:23:01","slug":"cgie-la-relazione-introduttiva-del-vice-segretario-r-ricci-alla-discussione-sulla-nuova-emigrazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/filef.info\/index.php\/2018\/07\/12\/cgie-la-relazione-introduttiva-del-vice-segretario-r-ricci-alla-discussione-sulla-nuova-emigrazione\/","title":{"rendered":"CGIE: La relazione introduttiva del vice segretario R. Ricci alla discussione sulla Nuova Emigrazione"},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t<strong>\u201cMondo del lavoro e italiani all\u2019estero. Nuova mobilit\u00e0, incremento delle partenze, legge del controesodo\u201d<\/strong><br \/>\n<em>Introduzione di Rodolfo Ricci, V.s.g. del Cgie<\/em><br \/>\n<strong>Ministero degli Esteri &#8211; Sala delle conferenze internazionali<\/strong><br \/>\n<strong>5 luglio 2018<\/strong><br \/>\n<strong>\u00a0<\/strong><br \/>\n&nbsp;<br \/>\nCaro Segretario, care e cari consiglieri,<br \/>\nla questione della nuova emigrazione italiana \u00e8 una delle questioni centrali per il nostro lavoro. Credo che il CGIE debba insistere nel puntuale monitoraggio della sua evoluzione e dei problemi che essa comporta, come peraltro sta facendo fin dal 2013, quando approv\u00f2 all\u2019unanimit\u00e0 un ordine del giorno che \u00e8 ancora oggi pienamente attuale.<br \/>\nDa allora, purtroppo, il nostro allarme reiterato sulla crescita dei flussi in uscita, prevalentemente giovanili e con livelli di formazione mediamente elevati, non \u00e8 ancora stato preso in seria considerazione dalla politica e dalle istituzioni del nostro paese; salvo la breve parentesi dello scorso anno con il rapporto instauratosi con il precedente Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, i cui impegni sul versante da noi richiesto \u2013 (misure di orientamento alla partenza e di accompagnamento nei paesi di arrivo che consentissero di evitare o quantomeno di ridurre le situazioni di marginalit\u00e0 e di precariet\u00e0 che si registrano dovunque e che coinvolgono migliaia di giovani e meno giovani, ivi incluse intere famiglie) &#8211; sono ancora tutti da assolvere.<br \/>\nNel frattempo la nuova emigrazione \u00e8 continuata a crescere stabilizzandosi sulla cifra, oramai ampiamente condivisa da centri di studio e ricercatori, di circa 300mila persone all\u2019anno che lasciano il nostro paese, prevalentemente verso le mete nord europee, ma anche verso nuove destinazioni asiatiche, del nord e sud America e dell\u2019Australia. Sono numeri analoghi a quelli dell\u2019emigrazione di massa degli anni 60 del \u2018900.<br \/>\nSi tratta, come si vede, di un\u2019entit\u00e0 che \u00e8 il doppio degli attuali arrivi di profughi e migranti economici, cio\u00e8 dell\u2019immigrazione nel suo complesso, su cui si concentra la discussione politica e istituzionale nei modi che sappiamo.<br \/>\nLa presenza italiana all\u2019estero, riferendoci ai dati delle anagrafi consolari, ha ormai superato nettamente lo stock di immigrazione (che \u00e8 di circa 5,2 milioni di immigrati), raggiungendo i 5,7 milioni di emigrati, con un aumento del 100% negli ultimi 15 anni e di oltre un milione e centomila solo negli ultimi 5 anni. A questi \u00e8 verosimile che bisognerebbe aggiungere un altro milione ed oltre di giovani e meno giovani che, per ragioni a noi note, non si iscrivono all\u2019Aire, n\u00e9 vengono censiti dai consolati. Stiamo dunque parlando di circa 7 milioni di italiani tra vecchia e nuova emigrazione, cio\u00e8 di oltre il 10% della popolazione italiana. La somma di immigrati ed emigrati raggiunge invece circa il 20% dell\u2019intera popolazione del paese, a conferma che l\u2019Italia \u00e8 un crocevia migratorio con caratteristiche uniche nel panorama europeo, mentre si situa all\u20198\u00b0 posto nel mondo per entit\u00e0 di flussi di emigrazione in uscita.<br \/>\nDi fronte a questi dati \u00e8 davvero sorprendente e per certi versi incomprensibile che la discussione pubblica sui movimenti migratori si sviluppi nei modi che conosciamo e che, allo stesso tempo, si ignori completamente la dimensione della nuova emigrazione italiana che, al di l\u00e0 del nostro ambito di rappresentanza, costituisce una grande questione nazionale, di cui per\u00f2 il paese non si occupa: \u201cquelli che se ne vanno\u201d, una volta fuori dai confini nazionali, sono ampiamente dimenticati.<br \/>\nCredo che il Cgie debba adoperarsi per contribuire a cambiare questa situazione. A questo proposito vi propongo che, anche sulla base dei contributi che ascolteremo dal Prof. Matteo Sanfilippo, dalla Prof.ssa Maria Immacolata Macioti e dal Prof. Enrico Pugliese che abbiamo invitato e che ringraziamo per la loro presenza, il Cgie, predisponga un dossier sulla nuova emigrazione italiana, con un compendio delle nostre richieste e proposte, da far pervenire alle istituzioni del paese, al Governo, al Parlamento, ai Ministeri competenti, alle Commissioni Parlamentari, ai gruppi e singoli parlamentari, alle forze politiche e sociali del paese, come prevede peraltro la Legge istitutiva del Cgie.<br \/>\nFar conoscere l\u2019entit\u00e0 e le caratteristiche della nuova emigrazione pu\u00f2 anche costituire un elemento importante per consentire una discussione pubblica sui fenomeni migratori pi\u00f9 equilibrata e pi\u00f9 fondata di quella a cui stiamo assistendo, sia nel nostro paese, sia a livello europeo.<br \/>\nRecentemente, circa due settimane fa, \u00e8 stato pubblicato sul periodico <em>Le Monde Diplomatique<\/em> nelle varie edizioni nazionali, un dossier sull\u2019evoluzione demografica e sui movimenti migratori in Europa. Si tratta di uno studio realizzato da ricercatori francesi estremamente significativo e per molti aspetti inquietante. (\u201c<em>Dossier: Uno sconvolgimento demografico in Europa\u201d \u2013 Le Monde Diplomatique, Giugno 2018<\/em>)<br \/>\nDallo questo studio emerge che negli ultimi trenta anni, a causa del combinato disposto di decremento demografico e di nuova emigrazione, la popolazione di quasi tutti i paesi dell\u2019est europeo e dell\u2019Europa mediterranea si \u00e8 ridotta drasticamente: l\u2019Ucraina, ad esempio, ha perso circa il 20% della sua popolazione (9 milioni di abitanti), la Romania, il 14% (3,2 milioni), la Moldavia circa il 17%, la Bosnia il 20%, la Bulgaria e la Lituania circa il 21%, la Lettonia oltre il 25%. I paesi dei Balcani, pur avendo un incremento demografico positivo, hanno registrato tassi di emigrazione enormi, fino al 37% dell\u2019Albania. I tassi di emigrazione censiti in questi paesi sono superiori a quelli africani e si situano mediamente tra il 10 e il 18% delle rispettive popolazioni.<br \/>\nNello stesso periodo, i paesi centro europei (Francia, Germania, Olanda, Belgio, Svizzera e Gran Bretagna) hanno visto crescere o stabilizzarsi la loro popolazione grazie essenzialmente a questi movimenti inter-europei, i quali costituiscono i due terzi del complesso dei movimenti migratori (solo un terzo proviene infatti da paesi extraeuropei): negli stessi ultimi 30 anni, la Francia \u00e8 cresciuta di 9 milioni di abitanti (la stessa quantit\u00e0 persa dall\u2019Ucraina, che trenta anni or sono aveva pi\u00f9 o meno la stessa popolazione), mentre la Germania ha avuto un saldo immigratorio positivo colossale: 10 milioni di persone, in gran parte di lavoratori immigrati provenienti, per due terzi, da altri paesi europei. Per mantenere stabile la sua popolazione sugli attuali livelli, la Germania prevede di far entrare nei prossimi 30 anni, altri 20 milioni di lavoratori, in modo da ottenere un saldo positivo di ulteriori 10 milioni di persone.<br \/>\nI paesi mediterranei, tra cui l\u2019Italia e la Spagna, hanno contenuto parzialmente la perdita di popolazione solo grazie all\u2019arrivo di immigrazione prevalentemente dall\u2019Africa, dall\u2019America Latina e dal Medio Oriente, mentre hanno ceduto consistenti flussi di emigrazione agli stessi paesi del centro nord Europa. L\u2019Italia, come ha sostenuto Enrico Pugliese nel suo ultimo libro \u201cQuelli che se ne vanno\u201d \u00e8 diventata una sorta di crocevia migratorio, con arrivi dalla costa sud del Mediterraneo e partenze verso il nord Europa che, dal 2013 in poi, risultano, come detto, nettamente superiori agli arrivi.<br \/>\nSono evidenti in queste cifre, la profondit\u00e0 degli squilibri economici, sociali e territoriali a livello continentale che, in mancanza di interventi, sono destinati ad aumentare. Squilibri improvvidamente sottaciuti e la cui tendenza sta disegnando un nuova geografia. La sostenibilit\u00e0 del quadro comunitario risulta molto improbabile se si pensa che negli scenari che vengono presentati, paesi e territori gi\u00e0 aggrediti da forte decremento demografico ed emigrazione, sono destinati a perdere, gi\u00e0 nel prossimo decennio ulteriori quote di popolazione attiva: nel 2030, \u201cun quarto della popolazione della Croazia potrebbe scomparire\u201d. Paradossalmente, anche i L\u00e4nder della ex Germania Orientale si vedrebbero ulteriormente svuotati di popolazione a vantaggio delle regioni dell\u2019ovest del paese che hanno gi\u00e0 aspirato circa il 20% della sua popolazione dopo la riunificazione.<br \/>\nPer l\u2019Italia gli scenari sono altrettanto drammatici: lo Svimez, fin dal 2015 ha previsto la perdita di 5,5 milioni di persone nel sud del nostro paese al 2050-2060. Recentemente l\u2019Istat ha addirittura aggravato questa previsione portandola a circa 7 milioni di persone per l\u2019intero paese, alla stessa data.<br \/>\nLe prospettive italiane risentono anch\u2019esse di movimenti di emigrazione interna da sud verso nord che si aggiungono a quelli verso l\u2019estero; il meridione ne paga e ne pagher\u00e0 quindi le maggiori conseguenze.<br \/>\nGi\u00e0 oggi ci troviamo di fronte a situazioni impressionanti che riguardano diverse \u00a0aree interne dell\u2019appennino: da uno studio realizzato lo scorso anno da Carmine Nardone e Grazia Moffa (Cedom Salerno), nella fascia di paesi del Beneventano fino ai 10.000 residenti, si \u00e8 registrata una perdita di popolazione che varia tra il 30% e il 35%, solo nel breve spazio di tempo del quinquennio 2011-2016.<br \/>\nSiamo di fronte a dimensioni davvero ragguardevoli, rispetto alle quali la politica appare del tutto assente. Sia a livello nazionale che europeo. Gli effetti che possono discendere da questa evoluzione \u00a0sono tragici per i territori e le societ\u00e0 coinvolte dai nuovi\u00a0 esodi, ma altrettanto significative saranno le dinamiche che coinvolgeranno i paesi accettori dei nuovi flussi.<br \/>\nAnche la crescita di xenofobia e razzismo in Europa \u00e8 in buona parte un esito di questi fenomeni. E\u2019 paradossale notare come la loro intensit\u00e0 si manifesti maggiormente nei paesi e nelle aree coinvolte da flussi emigratori piuttosto che da flussi immigratori. Un esempio \u00e8 costituito dai paesi del cosiddetto Patto di Visegrad e un altro da ci\u00f2 che accade nei L\u00e4nder della Germania dell\u2019est rispetto a quelli dell\u2019ovest.<br \/>\nSono cio\u00e8 gli enormi squilibri economici e sociali ad alimentare e a sostenere la nuova (ma antica) narrazione politica alla conquista dell\u2019egemonia in tutta Europa. Su questo e su tutto il resto che ne consegue, la riflessione dovrebbe essere profonda, come altrettanto profonda dovrebbe essere l\u2019inversione di tendenza richiesta alle istituzioni e alla politica. Sono il declino economico e il degrado sociale in interi paesi e territori e soprattutto la mancanza di speranza in un diverso futuro a creare rancore e risentimenti, chiusure identitarie e nuovi muri.<br \/>\nEludere una discussione sulle reali cause di questi esodi e dei decrementi demografici che li accompagnano dentro la civile Europa non contribuisce a emancipare la discussione pubblica, anzi ne aggrava i termini con conseguenze sempre pi\u00f9 gravi.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n&nbsp;<br \/>\nRodolfo Ricci<br \/>\nRoma 5\/7\/2018<br \/>\n&nbsp;\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cMondo del lavoro e italiani all\u2019estero. 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