{"id":14594,"date":"2018-08-08T13:51:43","date_gmt":"2018-08-08T11:51:43","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/?p=14594"},"modified":"2018-08-08T13:51:43","modified_gmt":"2018-08-08T11:51:43","slug":"marcinelle-1956-cosa-dovrebbe-insegnarci-la-storia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/filef.info\/index.php\/2018\/08\/08\/marcinelle-1956-cosa-dovrebbe-insegnarci-la-storia\/","title":{"rendered":"Marcinelle 1956: cosa dovrebbe insegnarci la storia."},"content":{"rendered":"<p>\t\t\t\t62 anni fa la tragedia di Marcinelle. 262 i morti, quasi tutti immigrati, in gran parte italiani. Quest&#8217;anno la ricorrenza cade in un particolare momento storico e politico caratterizzato da una discussione confusa e contraddittoria intorno ai nuovi fenomeni migratori\u00a0che si muove intorno ai due poli della\u00a0chiusura\u00a0contro l&#8217; apertura, diritto individuale alla mobilit\u00e0 e all&#8217;accoglienza di chi arriva\u00a0contro il diritto al mantenimento di una primazia della cittadinanza autoctona.<br \/>\nUna discussione imposta dall&#8217;agenda mediatica e politica egemone che \u00e8 molto astratta e che non da conto della complessit\u00e0 della vicenda in un momento di grave crisi economica e sistemica del capitalismo nella sua attuale fase. In Europa, inoltre, la discussione si coniuga con un&#8217;altra: quella del rapporto tra globale (o continentale) e nazionale che rischia di tradursi nello scontro di opposti fondamentalismi.<br \/>\nAccettare acriticamente questo dualismo significa accettarne gli inevitabili esiti che sono quelli di una ulteriore divisione\u00a0&#8211; dogmatica &#8211; che si sovrappone alle divisioni reali dentro le societ\u00e0, tra paesi, tra aree continentali.<br \/>\nLa ricorrenza di Marcinelle, della morte lontana dalle proprie famiglie di quei giovani italiani costretti all&#8217;emigrazione per la situazione sociale ed economica delle loro regioni di origine deve farci riflettere su possibili diversi paradigmi interpretativi: pur nella diversit\u00e0 dai fenomeni attuali, pur producendosi all&#8217;interno di un accordo bilaterale tra Belgio e Italia (braccia contro carbone), quei giovani non scelsero liberamente di emigrare; sarebbero volentieri restati a Manoppello o nei paesi campani e molisani se quelle zone avessero dato loro opportunit\u00e0 di lavoro dignitoso.<br \/>\nUn primo fondamentale insegnamento e memo per l&#8217;attuale riflessione intorno ai diritti individuali \u00e8 dunque quello che accanto al diritto all&#8217;emigrazione \u00e8 sempre da tener presente il diritto a non dover emigrare per forza.<br \/>\nNell&#8217;ultima settimana in due successivi incidenti stradali sono morti in Puglia 16 giovani africani raccoglitori di pomodori nelle grandi pianure pugliesi. Come a Rosarno, in Calabria, come altrove, l&#8217;immigrazione \u00e8 sfruttata in situazioni di nuova schiavit\u00f9 nelle filiere controllate dalle grandi multinazionali della distribuzione della produzione agricola con l&#8217;obiettivo di mantenere il pi\u00f9 basso possibile i prezzi dei prodotti di consumo. Ci\u00f2 avviene nel paradiso dei diritti, l&#8217;Europa. La legge contro il caporalato avr\u00e0 ben pochi effetti se non si affronter\u00e0 il corno del problema.<br \/>\nAlla depredazione delle terre africane ad uso e consumo delle stesse entit\u00e0 economiche (europee, americane ed asiatiche) segue in parallelo lo sfruttamento\u00a0assoluto (in Europa e altrove) del lavoro umano che quelle terre \u00e8 stato costretto a lasciare.<br \/>\nUn destino analogo ai giovani morti di Marcinelle e di tante altre catastrofi, sacrificati al sacro margine di profitto.<br \/>\nParlare solo di libert\u00e0 di movimento e di accoglienza non risolve e non fa chiarezza sulla questione che abbiamo di fronte: le nostre responsabilit\u00e0 in quanto occidente e in quanto mondo che nell&#8217;occidente si intende come progressista, sono molto maggiori.<br \/>\nGli attuali esiti migratori sono frutto di squilibri insostenibili durati secoli e addirittura peggiorati negli ultimi decenni del neoliberismo. Ci\u00f2 che accade \u00e8 dunque il frutto dei nostri errori, quando non dei nostri crimini. E su questo, non vi \u00e8 dubbio che ci si debba battere per l&#8217;apertura, per l&#8217;accoglienza, per l&#8217;integrazione. Ma, ammesso che ci\u00f2 sia possibile in modo ottimale in un momento di grave crisi (e non di boom economico che caratterizz\u00f2 altre fasi migratorie), questa\u00a0pratica non risolve la spirale migratoria che anzi procede per successivi stadi e si amplia nella misura in cui l&#8217;esodo priva i paesi di origini del fattore fondamentale dello sviluppo: l&#8217;uomo con le sua capacit\u00e0 e competenze.<br \/>\nIl mondo progressista non pu\u00f2 essere soddisfatto e compiaciuto del dovere universale all&#8217;accoglienza; \u00e8 suo compito ineludibile quello di adoperarsi per la fine di un modello economico che distrugge gli ecosistemi, interi territori e paesi ed anche l&#8217;ecosistema culturale, la razionalit\u00e0 dell&#8217;indagine e dell&#8217;analisi.<br \/>\nQuale vantaggio avremmo, noi occidentali, a veder deperire e desertificate altre aree del mondo ?<br \/>\n<strong>Noi italiani<\/strong> abbiamo da questo punto di vista, elementi di conoscenza storica empirica incontestabili: innanzitutto lo stato del nostro meridione che in mancanza di scelte politiche precise andr\u00e0 incontro ad ulteriori peggioramenti nei prossimi anni.<br \/>\n<strong>Noi europei<\/strong> abbiamo altri elementi di conoscenza empirica incontestabili: lo squilibrio indecente tra nord e sud Europa, tra nord ed est Europa.<br \/>\nSi tratta di squilibri imposti dal libero mercato, dalla libera circolazione dei capitali, da una finanziarizzazione dell&#8217;economia che non ha altri obiettivi che l&#8217;autovalorizzazione del capitale in un contesto di incessante caduta dei margini di profitto &#8211; interni alla logica stessa dell&#8217;accumulazione-, oggi aggravati dall&#8217;innovazione tecnologica, dall&#8217;apertura indiscriminata dei mercati in cui vince sempre il pi\u00f9 forte e il pi\u00f9 debole soccombe.<br \/>\nC&#8217;\u00e8 bisogno di coerenza e di visione. Restare fermi in un fortino paternalistico potr\u00e0 gratificare la nostra (falsa) coscienza, ma pu\u00f2 anche aggravare ulteriormente i problemi.<br \/>\nSul cosa fare e sul come fare ad allargare le crepe del sistema, sui modi e i tempi, sulle tattiche e sulle strategie, auspico una discussione scevra da dogmatismi e fondamentalismi contrapposti; qui, s\u00ec, c&#8217;\u00e8 bisogno di apertura e disponibilit\u00e0 all&#8217;ascolto anche per ci\u00f2 che sembra caratterizzarsi come &#8220;eretico&#8221; e soprattutto a recuperare memoria storica ed esperienze di lotta che potrebbero di primo acchito scandalizzarci. Come le recenti dichiarazioni e proposte di Oscar Lafontaine e di Sara Wahgenknecht.<br \/>\nAll&#8217;inizio degli anni 2000 conoscemmo da vicino il Movimento brasiliano dei Senza Terra. Le loro classi dirigenti erano partecipate in gran parte dai nipoti dei nostri primi emigrati che avevano colonizzato il sud del Brasile. Avevano vissuto per decenni nelle loro terre fino a quando i prezzi dei loro prodotti furono messi fuori mercato dal grande business dell&#8217;agroindustria controllata dalle multinazionali in combutta con le oligarchie locali. Cos\u00ec dalle immense campagne brasiliane emigrarono in massa verso le metropoli a decuplicare le bidonvilles\u00a0o le favelas insieme ad altri milioni provenienti dal nord est del paese.<br \/>\nL&#8217;occupazione e la conquista delle terre incolte o malcoltivate era la loro risposta attiva a questi processi: per loro non era preferibile l&#8217;emigrazione verso la modernit\u00e0 fatta di lamiere e improbabili catapecchie, ma restare o tornare nelle zone produttive dell&#8217;interno che garantivano pane e vita frugale ma dignitosa.<br \/>\nChiedemmo loro se avrebbero apprezzato il nostro aiuto ad inserire i loro prodotti nel circuito del commercio equo e solidale che all&#8217;epoca aveva un certo slancio e appeal per noi progressisti europei. Ci risposero che non erano interessati ad un inserimento nel circuito degli scambi globali, ma piuttosto erano interessati a ricevere competenze, tecnologie, insegnanti per le loro scuole rurali. I loro obiettivi prioritari erano l&#8217;autosufficienza alimentare, energetica, idrica e l&#8217;autonomia culturale dei loro villaggi.<br \/>\nIl Movimento dei Sem Terra, forte di 5 milioni di aderenti, fu decisivo nell&#8217;ascesa di Lula e fu una delle fondamentali organizzazioni che diede vita ai forum sociali mondiali.<br \/>\nDove \u00e8 finita quella lista di obiettivi che definirono l&#8217;agenda di quegli anni ?<br \/>\nGi\u00e0 nel 1999 a Seattle, nel cuore dell&#8217;occidente, sindacati e associazioni erano scesi in piazza contro la globalizzazione neoliberista. Qualcuno a sinistra disse che si trattava del nuovo luddismo. Che quei manifestanti non si erano resi conto che la storia aveva imboccato un&#8217;altra via, definitiva. Che la storia era finita, come suggeriva Fukuyama. A distanza di venti anni possiamo porci la domanda: a chi abbiamo lasciato la rappresentanza di quelle sollecitazioni ?<br \/>\nLascio aperte le conclusioni o la continuazione della riflessione, ricordando anche che mentre discutiamo accanitamente dell&#8217;immigrazione dal sud del mondo, l&#8217;Italia \u00e8 <strong>l&#8217;ottavo paese al mondo per flussi di emigrazione<\/strong> (circa 300 mila all&#8217;anno negli ultimi 5 anni), mentre gli immigrati sono ormai poche decine di migliaia e che il tasso di emigrazione all&#8217;interno dell&#8217;Europa (che si muovono sempre dal sud e dall&#8217;est verso il centro-nord mercantilistico del continente) negli ultimi trenta anni <strong>\u00e8 stato superiore a quello registrato in Africa<\/strong>.<br \/>\nChe la xenofobia e il nazionalismo crescono di pi\u00f9 nei paesi e nelle regioni afflitte da emigrazione strutturale piuttosto che da immigrazione. Che il cuore economico del nostro continente, la Germania, lascia entrare mediamente 1,5 milioni di giovani lavoratori fin dal 2013 e li disloca per circa due terzi nella sua parte occidentale (prevalentemente immigrazione intra-europea) e per un terzo nella sua parte orientale (prevalentemente immigrazione extra-europea). Questo accaparramento di risorse umane non \u00e8 libera circolazione.<br \/>\nOscar Lafontaine e Sara Wahgenknecht, conoscono meglio di chiunque altro le caratteristiche strutturali del capitalismo tedesco, la storica compenetrazione banche-impresa\u00a0e la naturale predisposizione delle sue classi dirigenti a disporre di lavoro extranazionale per la sua crescita orientata ad un export aggressivo, riconfermata dalla legge sull&#8217;immigrazione del 2000 varata dal governo socialdemocratico Schroeder.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n&nbsp;<br \/>\n<em>Rodolfo Ricci<\/em><br \/>\n(Fiei)\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>62 anni fa la tragedia di Marcinelle. 262 i morti, quasi tutti immigrati, in gran parte italiani. 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