{"id":15209,"date":"2019-02-07T10:07:29","date_gmt":"2019-02-07T09:07:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filef.net\/?p=15209"},"modified":"2019-02-07T10:07:29","modified_gmt":"2019-02-07T09:07:29","slug":"quando-i-migranti-siamo-noi-geografia-di-chi-se-ne-va-e-perche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/filef.info\/index.php\/2019\/02\/07\/quando-i-migranti-siamo-noi-geografia-di-chi-se-ne-va-e-perche\/","title":{"rendered":"Quando i migranti siamo noi, geografia di chi se ne va e perch\u00e9."},"content":{"rendered":"<div class=\"entry-content\">\n<strong>Migranti. L&#8217;ultimo numero della rivista \u00abil Mulino\u00bb sceglie la forma monografica per raccontare \u00abil paese altrove\u00bb, un fenomeno che rischia di riportarci agli anni Settanta<\/strong><br \/>\nQuesto Viaggio tra gli italiani all\u2019estero inizia dai numeri: nel 2007, ormai 12 anni fa, furono 36 mila le persone che cancellarono la residenza in Italia per trasferirsi all\u2019estero. Passa un decennio e quel numero triplica, toccando le 128 mila unit\u00e0. L\u2019ultimo numero della rivista bimestrale de il Mulino sceglie la forma monografica per raccontare il \u00abpaese altrove\u00bb, quel nuovo grande ciclo migratorio che rischia di riportare l\u2019Italia agli anni 70 del secolo scorso. Un fenomeno ben presente tra gli specialisti ma di cui la politica non si occupa e sa molto poco o nulla, impegnata com\u2019\u00e8 a chiudere i porti e a urlare di invasioni dal sud del mondo.<br \/>\n<strong>EPPURE I DATI PARLANO CHIARO<\/strong>: dal 2010 la crisi ha riaperto i rubinetti dell\u2019emigrazione italiana all\u2019estero, e a partire non sono stati solo i \u201ccervelli in fuga\u201d, ma anche diplomati e non, e pure i pensionati. Persone che messe di fronte al gap di opportunit\u00e0 che ormai si \u00e8 creato tra l\u2019Italia e i paesi del nord Europa hanno liberamente scelto di andarsene.<br \/>\nNel volume si susseguono storie di emigrazione (e alcune di ritorno in patria) e saggi per contestualizzare il contesto e i paesi di arrivo. E cos\u00ec si incontrano le parole dei nuovi berlinesi, entusiasti per avere trovato \u00abuna nuova sensazione di libert\u00e0, indipendenza e apertura internazionale\u00bb, e quelle di chi dopo aver messo radici per qualche anno in Germania ha deciso di rientrare.<br \/>\n<strong>E\u2019 LA STORIA DI ALESSANDRA<\/strong>, raccontata come tutte le altre in prima persona. Con offerte di lavoro da tutta Europa, lei fa la scelta del cuore, lascia i meno 10 gradi di Heidelberg e si riunisce col marito, appena assunto a tempo indeterminato a Milano. \u00abMilano ha sgretolato tutto\u00bb, scrive raccontando di \u00abuna societ\u00e0 (quella italiana, ndr) dove ai colloqui di lavoro ti chiedono se pensi di avere bambini nei prossimi anni\u00bb, dove per nove mesi si possono mandare curriculum senza ricevere risposta e dove un\u2019astrofisica specializzata in data science \u00e8 costretta a dare ripetizioni di matematica e a chiedere al marito i soldi per la spesa.<br \/>\n<strong>NON CHE ALL\u2019ESTERO SIA TUTTO<\/strong> oro quello che luccica. Capita che ad attendere all\u2019arrivo gli italiani ci siano i mini jobs tedeschi da 450 euro, i contratti a zero ore inglesi o altre forme di precariet\u00e0, cos\u00ec come il razzismo e lo sfruttamento. Ma in generale i racconti di chi ha lasciato l\u2019Italia collezionati da il Mulino parlano di opportunit\u00e0, prospettive e stipendi migliori senza per\u00f2 nascondere le difficolt\u00e0 del migrare: il senso di spaesamento, il razzismo nei confronti di chi viene dal sud (\u00abL\u2019italiano se non ti frega oggi ti frega domani\u00bb, racconta Isacco, pare sia un detto piuttosto diffuso in Svizzera, dove la destra si chiama Lega e i migranti da respingere sono proprio gli italiani, poco importa da che regione provengano).<br \/>\nPoi c\u2019\u00e8 il fallimento sempre ad un passo, l\u2019incubo di tornare a casa sconfitti, la necessit\u00e0 anche per i laureati di ripartire da zero, lavando i piatti nei ristoranti o rispondendo in un call center.<br \/>\n<strong>QUARANTA STORIE CHE DANNO<\/strong> forma e colore ad un numero: quello delle 72 mila unit\u00e0 in meno che rappresentano la perdita migratoria del 2017, la differenza tra i flussi in ingresso e quelli in uscita. Decuplicata dal 2008 quando il dato non superava le 7400. Un rubinetto aperto che sta svuotando sempre pi\u00f9 velocemente il paese. I motivi? C\u2019entra la crisi economica e politica del 2010, una crescita economica sempre un passo indietro rispetto al resto d\u2019Europa, le cattive condizioni del mercato giovanile, ma anche la possibilit\u00e0 di trovare all\u2019estero pi\u00f9 apertura e diritti quando si parla di libert\u00e0 civili.<br \/>\n<strong>C\u2019\u00c8 ANCHE LA CRISI<\/strong> dell\u2019universit\u00e0. Cos\u00ec si scopre che in Francia gli italiani costituiscono il primo contingente tra i ricercatori del Cnrs di cittadinanza straniera: quasi uno su cinque. Cambiando paese ci pensano le parole di Giorgio, un progetto migratorio il suo iniziato tardi a 37 anni, a ricordare uno dei (tanti) motivi per andare all\u2019estero: \u00abPer me Barcellona \u00e8 la combinazione ideale di diversi elementi: una citt\u00e0 latina, accogliente, ma anche aperta e internazionale e con servizi pi\u00f9 efficienti che in Italia (trasporti, cultura, il conto in banca aperto in mezz\u2019ora\u2026). Come mi piacerebbe che fosse in Italia\u00bb.<br \/>\n<strong>GERMANIA, INGHILTERRA<\/strong>, Belgio, Francia, Svizzera. Ma c\u2019\u00e8 anche l\u2019est, l\u2019Albania ad esempio o la Bulgaria, anche se i numeri in questi casi sono esigui, e tutti i viaggi oltre oceano, gli States, l\u2019Australia e anche il Giappone. \u00abScelte il pi\u00f9 delle volte definitive e il pi\u00f9 delle volte motivate da difficolt\u00e0 riscontrate in Italia a trovare un\u2019occupazione degna, a costruire un proprio percorso famigliare. Un segno da prendere molto sul serio \u2013 scrive il vicedirettore della rivista Bruno Simili \u2013 di un declino italiano che, per essere arrestato, richiederebbe una visione che possa ridare fiducia nel futuro. Quel futuro che tanti oggi scelgono di cercare altrove\u00bb.<br \/>\n<strong>RESTANO TANTE FRASI<\/strong>, che la politica e il dibattito nazionale non hanno fino ad ora preso in considerazione. Gioia: \u00abDecido di partire per Buenos Aires: in Italia quest\u2019aria buona per i giovani con progetti, trentenni con responsabilit\u00e0 e retribuzione adeguata, mancava del tutto\u00bb. Daniele: \u00abIo volevo fare il cuoco, ma se resti a Bologna tutta la vita, friggerai crescentine tutta la vita\u00bb. Infine Agnese: \u00abSe l\u2019Italia \u00e8 una Repubblica democratica fondata sul lavoro, che cosa succede a chi lascia il suo Paese per fondare se stesso sul lavoro?\u00bb.\n<\/div>\n<p>&nbsp;<br \/>\n<strong>FONTE<\/strong>: <a href=\"https:\/\/ilmanifesto.it\/quando-i-migranti-siamo-noi-geografia-di-chi-se-ne-va-e-perche\/?fbclid=IwAR3XWj3iNKH3Y29MSyjPNqedvpQoeQhlSUBUsZGscJwik_EPwR2bqsgSclc\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">https:\/\/ilmanifesto.it\/<\/a>\t\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Migranti. 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