{"id":35294,"date":"2022-04-10T10:12:33","date_gmt":"2022-04-10T10:12:33","guid":{"rendered":"https:\/\/filef.info\/?p=35294"},"modified":"2022-04-30T10:13:12","modified_gmt":"2022-04-30T10:13:12","slug":"istat-gli-indicatori-demografici-definitivi-per-lanno-2021","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/filef.info\/index.php\/2022\/04\/10\/istat-gli-indicatori-demografici-definitivi-per-lanno-2021\/","title":{"rendered":"ISTAT: GLI INDICATORI DEMOGRAFICI DEFINITIVI per l\u2019anno 2021"},"content":{"rendered":"<figure class=\"entry-thumbnail\"><img decoding=\"async\" title=\"istat_n\" src=\"https:\/\/sp-ao.shortpixel.ai\/client\/to_webp,q_glossy,ret_img\/https:\/\/emigrazione-notizie.org\/wp-content\/uploads\/2021\/01\/istat_n.png\" alt=\"\" \/><\/figure>\n<h2>Demografia in assestamento<\/h2>\n<h3>Rallenta il calo della popolazione: su base annua si passa a -4,3 per mille dal -6,8 per mille del 2020.<br \/>\nNatalit\u00e0 al minimo storico, mortalit\u00e0 alta ma in calo sul 2020: 7 neonati e 12 decessi per mille abitanti.<br \/>\nFlussi migratori con l\u2019estero in ripresa: il saldo \u00e8 di +157 mila, pari a 2,7 per mille abitanti, circa il doppio del 2020 e superiore a quello del 2019.<br \/>\nEt\u00e0 media della popolazione in rialzo: 46,2 anni al 1\u00b0 gennaio 2022.<\/h3>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La pandemia allenta ma non rimuove la morsa sulle componenti demografiche<\/strong><br \/>\nIl 2021 restituisce un quadro complessivo nel quale la pandemia continua a esercitare effetti sul comportamento demografico, per quanto non al livello dell\u2019anno precedente 1 . Sulla componente pi\u00f9 diretta, quella della mortalit\u00e0, nell\u2019anno si riscontrano 709 mila decessi, il 4,2% in meno sul 2020 con un tasso per abitante pari al 12 per mille. Di tali decessi, circa 59 mila sono dovuti a mortalit\u00e0 da e con Covid-19, come accertato dal Sistema di Sorveglianza Nazionale integrata coordinato dall\u2019Istituto Superiore di Sanit\u00e0 (ISS).<br \/>\nLa progressiva riduzione delle misure nei confronti della mobilit\u00e0 ha permesso un sostanziale rialzo delle migrazioni sia con l\u2019estero sia tra Comuni. Le iscrizioni dall\u2019estero sono state 286 mila, registrando un rialzo del 15,7% sul 2020. Le cancellazioni per l\u2019estero, in totale 129 mila, subiscono invece una frenata del 19% sull\u2019anno precedente, cosicch\u00e9 il saldo migratorio netto risultante perviene nel 2021 al livello di +157 mila (2,7 per mille), ossia a un livello analogo a quello rilevato nel 2019 quando della pandemia non vi era ancora traccia.<br \/>\nPer quanto riguarda la mobilit\u00e0 interna si rileva una crescita del volume complessivo del 5,9%: sono 1 milione 412 mila i trasferimenti registrati tra i Comuni italiani nel 2021, un livello non lontano da quello del 2019 quando se ne registrarono 1 milione 485 mila.<br \/>\nTra gli elementi positivi si sottolinea un sostanziale sblocco dei vincoli oggettivi al desiderio di formare famiglia attraverso l\u2019unione coniugale. Superato il blocco pandemico del 2020, nel 2021 si sono celebrati 179 mila matrimoni, con una crescita dell\u201985% sull\u2019anno precedente che non ha tuttavia riportato la frequenza annua al livello del 2019.<br \/>\nUn ambito che ancor pi\u00f9 marcatamente segna la prosecuzione delle tendenze regressive in corso \u00e8 quello della natalit\u00e0. Con 399 mila neonati, l\u2019anno 2021 certifica l\u2019ennesimo traguardo storico del record di minore natalit\u00e0 mai registrato nella Storia d\u2019Italia. D\u2019altra parte, poich\u00e9 le intenzioni riproduttive delle coppie manifestatesi nel 2021 hanno per lo pi\u00f9 avuto corso nel 2020, alla pi\u00f9 che consolidata questione nazionale della bassa fecondit\u00e0 si sono associati gli effetti del lockdown, generando ancora pi\u00f9 incertezza nelle scelte di pianificazione familiare.<br \/>\nI fattori pandemici combinati alle questioni demografiche nazionali di lungo corso, tra le quali soprattutto quella del perdurante mantenimento della fecondit\u00e0 su valori minimi, hanno cos\u00ec determinato anche nel 2021 un livello molto negativo del saldo naturale. Dopo la cifra record di -335 mila unit\u00e0 del 2020, nel 2021 si \u00e8 passati a -309 mila facendo cos\u00ec apparire un flebile ricordo, era il 2006, l\u2019ultima volta in cui nascite e decessi erano in sostanziale equilibrio.<br \/>\nIn tale contesto, i flussi migratori netti con l\u2019estero, pur tornati ampiamente positivi nel 2021, sono ancora lontani dal poter controbilanciare la perdita di popolazione dovuta a cause naturali, cos\u00ec come avveniva nel primo decennio degli anni 2000 e nella prima parte del secondo fino a tutto il 2013 incluso.<br \/>\nA margine del quadro nazionale, ma con effetti sostanziali, il comportamento demografico emerso nel 2021 comporta, sotto diversi profili, anche una crescita delle diseguaglianze territoriali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Persi in un anno oltre 250 mila residenti<\/strong><br \/>\nLa popolazione residente \u00e8 in riduzione costante dal 2014 quando risultava pari a 60,3 milioni. Al 1\u00b0 gennaio 2022, secondo i primi dati provvisori, la popolazione scende a 58 milioni 983 mila unit\u00e0 cosicch\u00e9 nell\u2019arco di 8 anni la perdita cumulata \u00e8 pari a 1 milione 363 mila. Di tale ammontare complessivo i comportamenti demografici emersi nel corso del solo 2021 sono responsabili per un calo<br \/>\ndi 253 mila unit\u00e0.<br \/>\nLa variazione relativa della popolazione \u00e8 dunque pari al -4,3 per mille, in moderato miglioramento rispetto al 2020 (-6,8 per mille). Scomposta nelle singole componenti tale variazione si deve a un saldo migratorio con l\u2019estero pari a +2,7 per mille, a un ricambio naturale pari al -5,2 per mille e, infine, alle voci riguardanti le ordinarie operazioni di allineamento e revisione delle anagrafi (saldo per altri motivi) responsabili di un -1,7 per mille.<br \/>\nIn un quadro tendenziale dove le diseguaglianze territoriali tornano a essere evidenti, la crisi demografica colpisce maggiormente il Mezzogiorno (-6,5 per mille) e, in particolar modo, regioni come Molise (-12 per mille), Basilicata (-9,5) e Calabria (-8,6), sempre pi\u00f9 sul procinto di essere coinvolte in una situazione da cui appare difficile poter uscire.<br \/>\nBen 34 delle complessive 38 Province del Mezzogiorno presentano un tasso di variazione annuale della popolazione peggiore di quello nazionale (-4,3 per mille) e in 9 di queste la riduzione relativa \u00e8 a doppia cifra: si va dal -10,6 per mille riscontrato nella Provincia di Oristano al -15,4 per mille in quella di Isernia, con in mezzo circoscrizioni importanti come Nuoro, Campobasso, Enna, Potenza, Benevento, Caltanissetta e Crotone.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Speranza di vita in parziale recupero ma ampia disomogeneit\u00e0 sul territorio<\/strong><br \/>\nNel 2021 la speranza di vita alla nascita \u00e8 stimata in 80,1 anni per gli uomini e in 84,7 anni per le donne.<br \/>\nSenza distinzione di genere risulta pari a 82,4 anni. Le stime, pertanto, mostrano un recupero rispetto al 2020, quantificabile in 4 mesi di vita in pi\u00f9 per gli uomini e in circa 3 per le donne. Rispetto al periodo pre-pandemico, tuttavia, il gap rimane sostanziale. Nel confronto con il dato del 2019, per esempio, gli uomini subiscono una perdita in termini di speranza di vita alla nascita di 11 mesi, le donne di 7.<br \/>\nNel Nord la speranza di vita alla nascita, senza distinzione di genere, risulta pari a 82,9 anni, recuperando quindi 11 mesi di sopravvivenza sul 2020. Ne resterebbero da recuperare 7 per assorbire il divario anche sul 2019. Peraltro, in alcune regioni settentrionali il recupero raggiunto in un solo anno \u00e8 notevole; ad esempio in Lombardia dove, grazie a una speranza di vita alla nascita totale di 83,1 anni, si recuperano ben 20 dei 27 mesi perduti. Fa eccezione il Friuli-Venezia Giulia con una speranza di vita alla nascita totale che scende di ulteriori 6 mesi in aggiunta ai 10 gi\u00e0 persi nel 2020.<br \/>\nNessuna regione del Centro evidenzia margini di miglioramento nel corso del 2021. Al contrario, con 82,8 anni di speranza di vita totale, questa ripartizione consegue una perdita di un ulteriore mese di vita in aggiunta ai 7 gi\u00e0 perduti nel 2020.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019eccesso di mortalit\u00e0 si trasferisce nel Mezzogiorno<\/strong><br \/>\nNel 2021 si riscontra un aumento dell\u2019eterogeneit\u00e0 territoriale, sotto forma di crescita delle distanze di sopravvivenza tra Nord e Mezzogiorno. In quest\u2019ultima ripartizione, infatti, la speranza di vita alla nascita totale scende a 81,3 anni, evidenziando una perdita di 6 mesi che vanno a cumularsi ai 7 mesi ceduti nel 2020.<br \/>\nUna spiegazione possibile del fenomeno riguarda i tempi di propagazione della pandemia. La prima ondata del 2020 ha colpito soprattutto il Nord mentre il Mezzogiorno \u00e8 stato maggiormente coinvolto solo a partire dalla seconda, ossia nell\u2019ultima parte dell\u2019anno. Cosicch\u00e9 \u00e8 verosimile che le persone pi\u00f9 fragili residenti al Nord abbiano pagato il prezzo della vita prevalentemente nel 2020, quelle del Mezzogiorno nel 2021, con la terza e quarta ondata.<br \/>\nSotto tale punto di vista \u00e8 esemplare il caso di molte province del Nord-ovest, le pi\u00f9 colpite dalla prima ondata pandemica, che nel 2021 conseguono straordinari recuperi di sopravvivenza. La provincia di Bergamo, ad esempio, recupera nel 2021 ben 43 dei 44 mesi di speranza di vita ceduti nel 2020, cos\u00ec come Cremona (37 su 44), Piacenza (31 su 39) e Lodi (31 su 44).<br \/>\nAl contrario, molte realt\u00e0 del Mezzogiorno che nel 2020 sono state minimamente o affatto toccate dalla pandemia, nel 2021 arretrano di molte posizioni. Illuminante \u00e8 il caso della provincia di Agrigento, che al mese di vita guadagnato nel 2020 se ne vede sottrarre 19 nel 2021, al pari di quella di Caltanissetta che a un risultato positivo di 2 mesi in pi\u00f9 contrappone una perdita di 14 mesi l\u2019anno successivo. Non mancano nemmeno situazioni nelle quali a un quadro critico gi\u00e0 emerso nel 2020 si assiste a un peggioramento l\u2019anno dopo. Ad esempio, la provincia di Campobasso, con 15 mesi persi nel 2021 in aggiunta agli 11 gi\u00e0 ceduti l\u2019anno prima, e la provincia di Enna con 13 mesi di perdita in aggiunta agli 11 lasciati nel 2020.<br \/>\nUn\u2019ulteriore chiave di lettura di questi andamenti \u00e8 connessa al tasso di vaccinazione. Secondo i dati messi a disposizione dal Commissario straordinario per l\u2019emergenza Covid-19 sulla somministrazione dei vaccini, risulta che al 31 dicembre 2021 l\u201986,7% della popolazione vaccinabile avrebbe ricevuto almeno una dose, l\u201983,3% anche una seconda (o un richiamo dopo la prima infezione) e, infine, il 36,2% la dose addizionale booster 2 .<br \/>\nIl tasso di vaccinazione sul territorio, tuttavia, risulta diversificato soprattutto con riferimento alle seconde e terze dosi. Nel Nord il tasso di vaccinazione per seconde dosi \u00e8 dell\u201984,2% a fronte dell\u201981,6% nel Mezzogiorno. Per la dose booster il Mezzogiorno si ferma al 33% mentre il Nord \u00e8 al 37,9%.<br \/>\nSu base regionale quest\u2019ultimo indicatore presenta valori relativamente pi\u00f9 bassi in Sicilia (25,9%) e Calabria (30%). Tra le regioni del Nord, il fatto che nel Friuli-Venezia Giulia la speranza di vita si sia ulteriormente ridotta nel corso del 2021 pu\u00f2 essere posto in relazione al fatto che in tale regione si riscontri un tasso di vaccinazione pi\u00f9 contenuto con riferimento alla terza dose (33%).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019eccesso di mortalit\u00e0 interessa pi\u00f9 gli uomini e gli anziani<\/strong><br \/>\nSecondo il Sistema di Sorveglianza Nazionale integrata dell\u2019ISS, nel corso del 2021 sono stati registrati 58.705 decessi attribuibili a Covid-19, in calo rispetto ai 77.165 del 2020 3 . Tuttavia, nel 2020 una quota addizionale minima di decessi (16 mila) pu\u00f2 essere attribuita ad altre patologie concorrenti o a una parziale sottocopertura di casi Covid-19 letali. Tale conteggio, che complessivamente d\u00e0 luogo a un eccesso di mortalit\u00e0 pari a 93 mila unit\u00e0 nel corso del 2020, lo si evince ipotizzando rischi di morte costanti pari a quelli osservati nel 2019 (647 mila decessi attesi rispetto a 740 mila rilevati) 4 .<br \/>\nApplicando il medesimo metodo di calcolo ai dati 2021 emerge con maggior chiarezza un quadro generale di miglioramento della sopravvivenza, gi\u00e0 documentato attraverso le precedenti analisi della mortalit\u00e0 assoluta e della speranza di vita. Infatti, con rischi di morte pari a quelli del 2019, nel 2021 i morti sarebbero stati 651 mila. Il surplus accertabile, rispetto ai 709 mila decessi totali, \u00e8 dunque pari a circa 58 mila casi, pressappoco la stessa quantit\u00e0 di eventi di decesso attribuiti a Covid-19, senza ulteriore surplus come avvenuto nel 2020.<br \/>\nDelle 58 mila unit\u00e0 stimate come eccesso di mortalit\u00e0, circa 32 mila sono uomini e 26 mila donne, confermando che la pandemia colpisca letalmente soprattutto il genere maschile. In base all\u2019et\u00e0 le perdite umane in eccesso si concentrano tutte dopo i 50 anni e risultano maggiori all\u2019avanzare dell\u2019et\u00e0.<br \/>\nSi registra un eccesso di mortalit\u00e0 nelle et\u00e0 pi\u00f9 fragili, che per gli uomini interessa soprattutto le classi 80-94 anni (oltre 16 mila decessi in pi\u00f9), mentre per le donne prevale nella classe 85-99 anni (circa 18 mila).<br \/>\nA livello nazionale l\u2019eccesso di mortalit\u00e0 rappresenta l\u20198% della mortalit\u00e0 riscontrata nell\u2019anno (13% nel 2020) ma la situazione \u00e8 molto varia sul piano territoriale. Nel Nord rappresenta il 7%, nel Centro l\u20198% e nel Mezzogiorno il 10% del totale. A livello regionale i valori variano dal 5% della Liguria al 17% del Molise, confermando un\u2019immagine letteralmente capovolta rispetto al 2020.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Aumento dell\u2019incertezza e fattori strutturali condizionano le nascite<\/strong><br \/>\nIl Covid-19, unitamente alle restrizioni forzate sul piano della mobilit\u00e0 residenziale e delle celebrazioni nuziali ha prodotto un impatto psicologico specifico nel 2020 (perlomeno a partire dal mese di marzo) che ha avuto conseguenti effetti sulle scelte riproduttive portate a termine nel 2021.<br \/>\nIn aggiunta a tale fattore, se si fosse procreato con la stessa intensit\u00e0 e col medesimo calendario di fecondit\u00e0 del 2019, quando si registrarono 420 mila nascite, nel 2021 se ne sarebbero osservate circa 405 mila, anzich\u00e9 399 mila 5 . Dunque, il solo effetto strutturale legato al processo di invecchiamento e riduzione della popolazione femminile in et\u00e0 feconda comporta un calo, a parit\u00e0 di calendario<br \/>\nriproduttivo, di almeno 15 mila nascite. L\u2019ulteriore calo di 6 mila nascite sul 2020 \u00e8 frutto della reale contrazione dei livelli riproduttivi espressi, sui quali gli effetti pandemici hanno inevitabilmente esercitato una funzione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Segnali di ripresa della natalit\u00e0 sul finire dell\u2019anno<\/strong><br \/>\nIl numero medio di figli per donna si attesta nel 2021 a 1,25 figli per donna, dunque in lieve rialzo rispetto all\u20191,24 del 2020, nonostante l\u2019ulteriore declino delle nascite. Ci\u00f2 si deve, come detto, al deficit dimensionale e strutturale della popolazione femminile in et\u00e0 feconda, che si riduce nel tempo e ha un\u2019et\u00e0 media in aumento.<br \/>\nIn prospettiva, al fine di contrastare la perdurante bassa natalit\u00e0 il Paese avrebbe bisogno non solo di fare molti pi\u00f9 figli di quanti se ne facciano normalmente, ma anche di incrementare la base potenziale di chi potrebbe farli. Anche perch\u00e9 avere figli \u00e8 sempre pi\u00f9 una scelta rinviata nel tempo e, in quanto tale, ridotta rispetto a quanti idealmente se ne desiderano. L\u2019et\u00e0 media al parto ha raggiunto i 32,4 anni (+0,2 sul 2020), un parametro che segna regolari incrementi da molto tempo (30,5 nel 2002).<br \/>\nAnche sul piano territoriale le variazioni su base annuale della fecondit\u00e0 sono di modesta entit\u00e0, per quanto nel Nord e nel Centro il numero medio di figli per donna cresca, rispettivamente, da 1,27 a 1,28 e da 1,17 a 1,18. Stabile \u00e8 invece il Mezzogiorno, fermo a 1,24 figli per donna come nel 2020. Troppo presto e troppo poco per poter valutare, come nel caso della mortalit\u00e0, la presenza di un\u2019accentuazione delle differenze territoriali di fecondit\u00e0. Permane comunque solida la circostanza di molte regioni del Mezzogiorno (salvo Campania e Sicilia) ben al di sotto della fecondit\u00e0 espressa a livello nazionale. In particolare, Basilicata (1,10 figli per donna), Molise (1,08) e Sardegna (0,99) rimangono saldamente ancorate sul valore di rimpiazzo della sola madre (cio\u00e8 a un figlio per donna) che non, idealmente, a quello della coppia di genitori.<br \/>\nLa scelta di rinviare sempre pi\u00f9 in avanti la decisione di avere figli accomuna tutte le realt\u00e0 del territorio.<br \/>\nLe neo-madri del Nord e del Centro, rispettivamente con et\u00e0 medie al parto di 32,5 e 32,8 anni, continuano a presentare un profilo medio per et\u00e0 pi\u00f9 anziano rispetto a quelle del Mezzogiorno (32 anni). Ciononostante proprio in quest\u2019ultima ripartizione si trovano le neo-madri mediamente pi\u00f9 anziane del Paese, quelle sarde (33 anni) e lucane (33,1).<br \/>\nSegnali di ripresa provengono dalla nuzialit\u00e0. Nel 2021 si \u00e8 quasi tornati alla normalit\u00e0 grazie a 179 mila celebrazioni (3 per mille abitanti), quando nel 2020 se ne riscontrarono appena 97 mila (1,6 per mille). Non si tratta di un livello, quello espresso nel 2021, precisamente analogo a quello del 2019 (184 mila matrimoni) ma senz\u2019altro in linea col trend discendente degli anni antecedenti la pandemia (270 mila matrimoni nel 2002).<br \/>\nStante il positivo legame tra nuzialit\u00e0 e intenzioni riproduttive, considerato che tutt\u2019oggi nel Paese almeno i due terzi delle nascite hanno origine all\u2019interno del nucleo coniugale, la ripresa della nuzialit\u00e0 del 2021 potrebbe sottintendere un parziale recupero di nascite nel corso del 2022. In realt\u00e0, primi segnali per quanto timidi di ripresa si ravvisano gi\u00e0 nell\u2019ultima parte del 2021. A novembre e dicembre si sono registrate circa 69 mila nascite, il 10% in pi\u00f9 di quanto rilevato nel medesimo periodo del 2020, ma sostanzialmente lo stesso valore osservato nel 2019.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Ripartono le migrazioni<\/strong><br \/>\nNel 2021 le migrazioni, sia interne sia con l\u2019estero, risultano in rialzo dopo che nel 2020, a causa della pandemia, erano state frenate dalla prescrizione di barriere all\u2019ingresso dei confini nazionali e dalle limitazioni imposte al movimento interno.<br \/>\nLe iscrizioni dall\u2019estero per trasferimento di residenza sono cresciute del 15,7% sul 2020 (da 248 mila a 286 mila), ma risultano inferiori del 14% rispetto a quelle del 2019 (333 mila). Le cancellazioni per l\u2019estero scendono del 19% sul 2020 (da 160 mila a 129 mila) e del 27,9% sul 2019 (180 mila).<br \/>\nIn attesa di analisi pi\u00f9 approfondite, tre sono per il momento le possibili chiavi di lettura alla base della recente congiuntura delle migrazioni internazionali con l\u2019Italia. La prima, pi\u00f9 scontata e valida anche per il rilancio delle migrazioni interne, prende in considerazione la ripresa economica e la crescita dell\u2019occupazione.<\/p>\n<p>La seconda, l\u2019alto livello di welfare del Paese sul versante sanitario rispetto al quadro di incertezza internazionale nel contrasto alla pandemia. Entrambi elementi che possono aver indotto le persone a considerare l\u2019Italia un Paese rifugio, da non abbandonare per chi vi \u00e8 gi\u00e0 residente o da considerare quale possibile meta di destinazione per un potenziale migrante.<br \/>\nUna terza chiave di lettura riguarda l\u2019emanazione di politiche assai restrittive da parte del Governo britannico nel rilascio dei visti di ingresso nel Regno Unito, a conclusione del processo di transizione che ha condotto alla Brexit. Elemento questo che potrebbe da un lato aver frenato l\u2019emigrazione dall\u2019Italia per quel Paese (soprattutto di cittadini italiani), dall\u2019altro aver fatto salire l\u2019Italia nella classifica delle mete di destinazione favorite da parte dei migranti.<br \/>\nIl saldo migratorio netto con l\u2019estero sale a 2,7 per mille abitanti, da 1,5 per mille nel 2020, risultando cos\u00ec superiore anche a quello riscontrato nel 2019 (2,6 per mille). Il rialzo dei flussi migratori netti sul 2020 interessa tutte le aree del Paese, tanto il Nord (da 1,7 a 2,9 per mille) quanto il Centro (da 2,3 a 3,3 per mille) e il Mezzogiorno (da 0,7 a 1,9 per mille).<br \/>\nLe regioni con la dinamica pi\u00f9 vivace per migrazioni internazionali sono la Liguria (4,1 per mille) e il Friuli-Venezia Giulia (3,9 per mille) ma quella che presenta una maggior risalita del tasso migratorio estero sul 2020 \u00e8 il Molise (da 0,7 a 2,6 per mille).<br \/>\nTra le regioni che, pur presentando un saldo migratorio netto positivo nel 2021, non riescono ancora a riassorbire del tutto la differenza rispetto al periodo pre-pandemico figurano solo regioni del Centro-nord (Piemonte, Valle d\u2019Aosta, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Lazio). Tutte le altre, tra cui Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Marche per il Centro-nord e<br \/>\ntutte le regioni del Mezzogiorno presentano livelli migratori netti superiori persino a quelli del 2019.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Dinamica migratoria stabile tra Nord e Mezzogiorno<\/strong><br \/>\nTra i vari segnali di ritorno alla normalit\u00e0 degli anni precedenti la pandemia vi \u00e8 quello della ripresa della mobilit\u00e0 residenziale interna al Paese. Dopo il forte arretramento emerso nel 2020, quando si registrarono 1 milione 334 mila trasferimenti, il 10% in meno rispetto al 2019, nel 2021 si ritorna a oltrepassare abbondantemente quota 1 milione 400 mila, ossia un livello ancora non del tutto in linea<br \/>\ncon quelli pre-pandemici (rispetto ai quali si rileva una differenza del 4,9%) ma nemmeno lontano da questi.<br \/>\nAnche nel 2021 si registrano movimenti migratori interni sfavorevoli al Mezzogiorno. In tale ambito, sono 389 mila gli individui che hanno lasciato nel corso dell\u2019anno un comune meridionale per trasferirsi in un altro comune italiano (eventualmente anche dello stesso Mezzogiorno), mentre sono 339 mila quelli che hanno eletto un comune del Mezzogiorno quale luogo di dimora abituale (eventualmente anche provenienti da altro comune dello stesso Mezzogiorno). Tale dinamica ha generato, per il complesso della ripartizione, un saldo negativo di 49 mila unit\u00e0 (-2,5 per mille abitanti). Tra le regioni del Mezzogiorno la situazione risulta pi\u00f9 sfavorevole in Basilicata (-4,8 per mille) e Calabria (-4,4 per mille), seguite da Molise (-3,9 per mille) e Campania (-3,2 per mille).<br \/>\nLe regioni del Nord, dove complessivamente si riscontra un tasso del +1,6 per mille, rimangono quelle a maggiore capacit\u00e0 attrattiva, rispetto a quelle del Centro, che nel complesso registra un +0,5 per mille. Le regioni pi\u00f9 attrattive risultano essere l\u2019Emilia-Romagna (+2,9 per mille) e il Friuli-Venezia Giulia (+2,5 per mille).<br \/>\nDal confronto con l\u2019anno precedente emergono saldi migratori interregionali non troppo dissimili, nonostante la crescita del volume complessivo di trasferimenti. Il Nord, ad esempio, presentava nel 2020 un tasso uguale a quello del 2021 (+1,6 per mille), il Mezzogiorno ne presentava uno appena migliore (-2,4 per mille) mentre solo per il Centro si pu\u00f2 parlare di crescita dei flussi migratori netti (da +0,3 a +0,5 per mille).<br \/>\nCi\u00f2 potrebbe supporre, in attesa dei dati definitivi attraverso i quali sar\u00e0 possibile leggere le traiettorie tra i luoghi di origine e destinazione, che l\u2019anno si sia caratterizzato principalmente per una forte crescita dei trasferimenti di residenza di medio-breve raggio, ossia intra-regionali e intra-provinciali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Non si smette di invecchiare nonostante la pandemia<\/strong><br \/>\nL\u2019et\u00e0 media della popolazione transita, tra l\u2019inizio del 2021 e l\u2019inizio del 2022, da 45,9 a 46,2 anni.<br \/>\nPertanto, in relazione al permanente regime di bassa fecondit\u00e0, nonch\u00e9 al fatto che si vive sempre pi\u00f9 a lungo, la struttura della popolazione prosegue il suo progressivo scivolamento verso le et\u00e0 senili, anche in una fase storica come quella corrente, caratterizzata dalla presenza di una pandemia con pesanti ricadute letali per la sopravvivenza della popolazione anziana.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Oltre 20 mila centenari<\/strong><br \/>\nLa popolazione ultrasessantacinquenne, 14 milioni 46 mila individui a inizio 2022 in base alle stime (+105 mila), costituisce il 23,8% della popolazione totale contro il 23,5% dell\u2019anno precedente.<br \/>\nViceversa, risultano in diminuzione tanto gli individui in et\u00e0 attiva quanto i pi\u00f9 giovani: i 15-64enni (-198 mila) scendono dal 63,6% al 63,5% mentre i ragazzi fino a 14 anni (-160 mila) passano dal 12,9% al 12,7% del totale.<br \/>\nIn nessuna regione, neanche in quelle a maggior impatto pandemico, la super-mortalit\u00e0 del 2021 determina una momentanea riduzione del processo di invecchiamento. Al Nord e al Centro le popolazioni ultrasessantacinquenni, che rispettivamente crescono dal 24,1% al 24,3% e dal 24,2% al 24,5%, registrano una variazione relativa pi\u00f9 contenuta di quella del Mezzogiorno, per quanto quest\u2019ultima area del Paese resti mediamente pi\u00f9 giovane sotto il profilo dell\u2019et\u00e0 (dal 22,3% al 22,7%).<br \/>\nLa pandemia pu\u00f2, dunque, avere al massimo rallentato l\u2019invecchiamento della popolazione, senza la quale certamente oggi saremmo in presenza di una popolazione ancora pi\u00f9 anziana di come effettivamente risulta. A tal riguardo, uno tra gli aspetti pi\u00f9 interessanti \u00e8 costituito dalla variegata evoluzione della popolazione anziana, tra l\u2019era pre e post Covid-19, nel momento in cui la si analizza<br \/>\nper singole fasce di et\u00e0.<br \/>\nDiversamente da quanto si possa essere portati a ritenere sul piano logico, i margini di crescita pi\u00f9 importanti si rilevano tra la popolazione di 90 anni e pi\u00f9 e di 100 anni e pi\u00f9, come se questi individui, ritenuti soggetti fragili e peANNOrtanto a grosso rischio di complicanze dopo un contagio, possedessero una maggiore immunit\u00e0 al Covid-19. O anche, cosa da non sottovalutare, il fatto che tali soggetti siano stati tra i primi ad essere stati vaccinati pu\u00f2 aver rappresentato per loro un sicuro ombrello protettivo.<br \/>\nSta di fatto che il numero di ultracentenari (100 anni di et\u00e0 e pi\u00f9) raggiunge nel 2022 il suo pi\u00f9 alto livello, oltrepassando la soglia delle 20 mila unit\u00e0. Superato il quinquennio 2015-2019, dove si assiste a un temporaneo declino per via dell\u2019ingresso tra gli ultracentenari delle pi\u00f9 esigue coorti nate tra lo scoppio del primo conflitto bellico e l\u2019avvio della pandemia da influenza spagnola, negli anni successivi la crescita dimensionale viene agevolata dall\u2019ingresso di coorti assai pi\u00f9 numerose in origine.<br \/>\nNon solo, quindi, il numero di ultracentenari risulta quadruplicato nell\u2019arco di appena 20 anni (erano poco pi\u00f9 di 5 mila nel 2002) ma, considerando quanto accaduto soltanto negli ultimi 3 anni, la loro crescita va assumendo le sembianze di un\u2019evoluzione a carattere esponenziale (+43%). Questa specifica componente della popolazione sta peraltro facendo registrare incrementi non riscontrati tra<br \/>\nnessun\u2019altra fascia di popolazione. Ad esempio, tra i 65-79enni la crescita rilevata tra il 2019 e il 2022 \u00e8 appena dell\u20191,5%, mentre tra gli 80-89enni si arriva al 4,3%. Pi\u00f9 significativo \u00e8 l\u2019aumento riscontrato tra i 90-99enni, pari al 7,4%, il che porta a ritenere probabile che negli anni a venire la crescita della popolazione ultracentenaria possa continuare a risultare molto sostenuta.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Scarica Report Tabelle Struttura Popolazione per Provincia (ISTAT-2021)<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/Tavole_indicatori_demografici1.xlsx\"><strong>Tavole_indicatori_demografici(1)<\/strong><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Demografia in assestamento Rallenta il calo della popolazione: su base annua si passa a -4,3 per mille dal -6,8 per mille del 2020. 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