{"id":35323,"date":"2022-05-04T12:27:32","date_gmt":"2022-05-04T12:27:32","guid":{"rendered":"https:\/\/filef.info\/?p=35323"},"modified":"2022-05-26T17:29:06","modified_gmt":"2022-05-26T17:29:06","slug":"migranti-italiani-fotografia-di-una-piaga-che-spopola-il-paese-di-carlo-bonini-e-isai-sales-su-repubblica-del-1-maggio-scorso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/filef.info\/index.php\/2022\/05\/04\/migranti-italiani-fotografia-di-una-piaga-che-spopola-il-paese-di-carlo-bonini-e-isai-sales-su-repubblica-del-1-maggio-scorso\/","title":{"rendered":"MIGRANTI ITALIANI: Fotografia di una piaga che spopola il paese. (di Carlo Bonini e Isai Sales su Repubblica del 1 maggio scorso)"},"content":{"rendered":"<figure class=\"entry-thumbnail\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" title=\"Repubblica-1-maggio-2022\" src=\"https:\/\/sp-ao.shortpixel.ai\/client\/to_webp,q_glossy,ret_img\/https:\/\/emigrazione-notizie.org\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Repubblica-1-maggio-2022-559x381.png\" alt=\"\" \/><\/figure>\n<h3>Negli anni \u201940 del \u2018900 era il Veneto che esportava pi\u00f9 braccia. Poi \u00e8 divenuta una questione meridionale, compresa la \u201cfuga dei cervelli del Duemila. Fotografia di una piaga che spopola il paese.<\/h3>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>di Carlo Bonini e Isai Sales<\/strong><\/p>\n<p><strong>Un emigrato in ogni famiglia meridionale<br \/>\n<\/strong>Nelle famiglie meridionali che si ritrovano a Pasqua o a Natale c\u2019\u00e8 quasi sempre un figlio o una figlia emigranti che tornano da una citt\u00e0 del Centro-Nord o dall\u2019estero, o genitori che li raggiungono nei luoghi dove svolgono la loro attivit\u00e0 lavorativa. I treni ad alta velocit\u00e0 e i voli low cost permettono di incontrarsi pi\u00f9 spesso rispetto a ci\u00f2 che avveniva anche nel recente passato, quando poteva capitare di rivedere un familiare emigrato a distanza di anni. In ogni famiglia meridionale c\u2019\u00e8 un parente, un bisnonno, un padre, un figlio, una zia, una nipote, una cugina, un amico che sono stati o sono emigranti.<\/p>\n<p>Dal 1861 in poi la partenza \u201cper terre assai lontane\u201d \u00e8 una esperienza di vita che ha segnato quasi ogni famiglia del Sud d\u2019Italia. Fa parte del nostro vissuto, passato e presente, della nostra storia, un\u2019esperienza mai interrottasi nelle nostre comunit\u00e0. Da almeno sei generazioni nessun territorio, nessuna citt\u00e0, nessun paese, e quasi nessuna famiglia al di sotto del Garigliano, ne sono rimasti esclusi. Questa lunga consuetudine con il partire per lunghe distanze e anelare al ritorno, o costituire una nuova vita stabilmente lontana dai luoghi in cui si \u00e8 nati e cresciuti, \u00e8 sicuramente un tratto distintivo dell\u2019essere meridionali in Italia, comune sia alla generazione di analfabeti che part\u00ec negli anni Ottanta dell\u2019Ottocento. sia a quella di semianalfabeti partiti tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, sia ai diplomati e laureati che sono partiti all\u2019inizio degli anni Duemila e continuano ad andare via. Diverse generazioni, anche se hanno avuto differenti percorsi di lavoro e di studio, sono stati accomunati dalla stessa necessit\u00e0 di andarsene per \u201cdiventare qualcuno\u201d. All\u2019interno del popolo italiano, quello meridionale \u00e8 stato errante per eccellenza. In Europa, i meridionali d\u2019Italia condividono con gli irlandesi il primato di popolo pi\u00f9 segnato dall\u2019emigrazione. Essa \u00e8 in effetti non solo la spia della tormentata costruzione delle basi economiche della nostra nazione e della complessa costruzione dell\u2019edificio statuale ma anche del manifestarsi nel tempo di differenze territoriali sempre pi\u00f9 marcate tra le varie parti dell\u2019Italia.<\/p>\n<p><strong>Nel passato l\u2019emigrazione riguardava l\u2019Italia intera<br \/>\n<\/strong>Eppure non sempre \u00e8 stato cos\u00ec nella nostra storia nazionale, che cio\u00e8 l\u2019emigrazione in Italia e dall\u2019Italia fosse un problema quasi esclusivamente delle famiglie meridionali. Anzi. Fino agli anni settanta del Novecento almeno una regione del Nord, il Veneto, \u00e8 stata terra di emigrazione per eccellenza in almeno tre delle quattro ondate emigratorie che hanno riguardato l\u2019Italia dopo la sua unione, e cio\u00e8 quella tra fine Ottocento e inizio del Novecento, quella del periodo fascista, quella apertasi nel secondo dopoguerra tra gli anni Cinquanta e Settanta (quando comincia nettamente a meridionalizzarsi l\u2019emigrazione italiana) mentre quella cominciata a ridosso degli anni Duemila \u00e8 quasi esclusivamente composta da meridionali, con una componente anche di laureati del Nord che si indirizzano all\u2019estero. Fino agli anni Quaranta del Novecento \u00e8 il Veneto la regione in testa alle statistiche dell\u2019emigrazione, seguita da Sicilia, Campania e Calabria! Dal 1876 al 1913 dal Veneto partono 1.822.000 persone, ed \u00e8 il Piemonte -cosa a prima vista sorprendente- al secondo posto di questa classifica del primo cinquantennio unitario con 1.540.000 partenti (tra cui il pap\u00e0 e i nonni di papa Bergoglio) seguiti dalla Campania (1.475.000), dalla Venezia Giulia (1.407.000), dalla Sicilia (1.352.000) e dalla Lombardia (1.342.000). Dalle altre regioni italiane del Nord (la Liguria, il Friuli, il Trentino) e di quelle del Centro e del Sud (Marche, Calabria, Basilicata, Abruzzo e Puglia) vanno via un altro milione di persone. Tra il 1875 e il 1925 un terzo della popolazione del Molise emigra. E in rapporto al numero di abitanti, l\u2019emigrazione calabrese, abruzzese e lucana \u00e8 davvero impressionante. Lo spopolamento cronico dei comuni diventa cos\u00ec una costante nell\u2019appennino meridionale da un secolo e mezzo. Una poesia di Franco Arminio rende l\u2019idea perfettamente. \u201cNel 1901 Miche Fede part\u00ec per gli Stati Uniti\/ con un abito impeccabile che lui stesso aveva cucito.\/ Nel 1929 Florindo Fede part\u00ec per il Brasile\/con un abito impeccabile che lui stesso aveva cucito.\/Nel 1947 Agostino Fede part\u00ec per la Francia\/ con un abito impeccabile che lui stesso aveva cucito.\/ Nel 1960 Salvatore Fede part\u00ec per la Svizzera\/ con un abito impeccabile che lui stesso aveva cucito.\/ Oggi al paese nessuno sa pi\u00f9 cucire\/ e l\u2019emigrazione dei sarti \u00e8 finita.\u201d Dell\u2019emigrazione calabrese ha parlato in alcuni suoi romanzi Mimmo Gangemi (come nello splendido La Signora di Ellis Island). Singolare la diversit\u00e0 tra le due grandi isole italiane, con la Sicilia che nel corso di un secolo e mezzo \u00e8 in testa alla classifica italiana dell\u2019emigrazione all\u2019estero, mentre la Sardegna \u00e8 l\u2019ultima. Se fino alla met\u00e0 dell\u2019Ottocento pochissimi emigravano dalla Sicilia, si verifica un cambiamento radicale alla fine dell\u2019Ottocento. Saranno in gran parte i siciliani tra il 1880 e il 1910 a sostituire temporaneamente la manodopera africana e asiatica nelle piantagioni della Louisiana, del Brasile e dell\u2019Australia. E molti provenienti dalle solfatare siciliane in crisi andranno a lavorare nelle miniere dell\u2019Alabama e nel West Virginia. E\u2019 molto probabile che questo esodo di massa sia una conseguenza della sconfitta dei Fasci siciliani, di quel movimento di radicale contestazione dei feudali rapporti nelle campagne che l\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia non aveva affatto scalfito come invece si era illuso il mondo contadino dell\u2019isola. Una influenza avr\u00e0 anche la riduzione del costo del viaggio nelle Americhe grazie ai bastimenti a vapore che partivano dal porto di Palermo. Cos\u00ec come era forte la spinta a sottrarsi alla coscrizione militare obbligatoria. Invece l\u2019emigrazione degli anni Cinquanta segue la sconfitta della occupazione delle terre e i massacri di capi lega contadini e bracciantili da parte della mafia.\u00a0 Nello stimolare la partenza dal Nord Italia per le Americhe, oltre alle condizioni di disagio economico nelle campagne, incider\u00e0 anche la vicinanza con il porto di Genova. Se poi si analizzano anche i dati di una regione che \u00e8 poco citata nelle ricostruzioni storiche sull\u2019emigrazione quale l\u2019Emilia Romagna, si scopre che dal 1876 al 1976, cio\u00e8 nel giro di un secolo, ben 1.200.000 persone sono partite da quei territori.<\/p>\n<p>Dunque, nel primo cinquantennio della storia unitaria l\u2019emigrazione ha avuto connotati fortemente settentrionali, mentre nel cinquantennio successivo essenzialmente meridionali. E tra le due guerre le cifre ripartite tra regioni sono ancora pi\u00f9 sbalorditive: primo \u00e8 il Piemonte con 533.000 partenze, segue la Lombardia con 498.000, poi la Sicilia con 449.000, il Veneto con 392.000, il Friuli Venezia Giulia con 378.000 e la Campania con 319.000. Tra le regioni dell\u2019Italia centrale spicca il ruolo delle Marche per un numero consistente di partenze nelle prime delle due ondate. I marchigiani sono oggi ben l\u201911% della presenza italiana in Argentina; e da Recanati part\u00ec nel 1883 il trisavolo di Leo Messi. All\u2019epoca l\u2019Argentina era uno dei paesi pi\u00f9 ricchi al mondo.<\/p>\n<p><strong>Emigrazione gi\u00e0 prima del 1861<br \/>\n<\/strong>Ma non solo nei primi 50 anni della nostra storia unitaria l\u2019emigrazione \u00e8 stata un\u2019esperienza diffusa dalle Alpi alla Sicilia, lo era gi\u00e0 prima del 1861.L\u2019emigrazione italiana \u00e8 stato un problema plurisecolare che \u00e8 esploso in maniera dirompente solo dopo l\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia. La presenza di ben sette Stati all\u2019interno di un territorio abbastanza ristretto imponeva lo spostamento di manodopera tra una parte all\u2019altra, lungo l\u2019arco alpino e appenninico, lungo le pianure, lungo le coste, lungo il corso dei fiumi, e ci\u00f2 obbligava a passare da uno Stato all\u2019altro, di oltrepassare dei confini anche se le distanze geografiche erano tutto sommato limitate. Non va sottovalutata anche l\u2019emigrazione per ragioni politiche a causa delle guerre permanenti tra le citt\u00e0-Stato e quella per cause religiose, che non assunse comunque la tragicit\u00e0 dello scontro tra cattolici e protestanti e della persecuzione degli ebrei, causa di diaspore di massa in altri territori europei. Nel Regno delle Due Sicilie gli spostamenti si limitavano all\u2019interno dello stesso Stato data la sua maggiore estensione geografica (era il pi\u00f9 grande tra quelli preunitari) ed erano caratterizzati dalla transumanza dei pastori dalle montagne alle pianure, dai lavori stagionali soprattutto nelle piane e dalla grande attrazione che esercitava in tutto il Regno la sua capitale, Napoli, la citt\u00e0 di gran lunga pi\u00f9 popolata d\u2019Italia fino al 1931 e per diversi secoli terza citt\u00e0 d\u2019Europa dopo Londra e Parigi. Gli spostamenti erano anche pi\u00f9 lunghi e si indirizzavano verso nazioni pi\u00f9 grandi: per i liguri e i piemontesi l\u2019attrazione si rivolgeva verso la Francia e il Belgio, per i lombardi verso la Svizzera e il Centro-Europa, per i veneti, i trentini e i friulani verso l\u2019impero austro-ungarico e i territori tedeschi, con i porti di Genova, Venezia, Napoli e Palermo che gi\u00e0 si erano aperti agli spostamenti transoceanici da alcuni decenni prima dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia. Poi arriver\u00e0, appena dopo l\u2019unificazione, la grande attrazione di massa verso le Americhe del Nord e del Sud (all\u2019indomani dell\u2019abolizione della schiavit\u00f9 e della fine della guerra civile americana) seguita da quella per l\u2019Australia e il Canada, e negli ultimi decenni verso l\u2019Inghilterra (prima della Brexit).<\/p>\n<p><strong>Le quattro fasi dell\u2019emigrazione italiana<br \/>\n<\/strong>Nelle quattro grandi ondate di emigrazione della storia italiana, uno specifico luogo geografico di volta in volta ha fatto da magnete, con condizioni, aspettative e motivazioni di chi partiva del tutto diverse. Gli italiani nel mondo erano conosciuti soprattutto come abili braccianti e come ottimi manovali nell\u2019edilizia, e nel secondo dopoguerra soprattutto come esperti minatori e come bravi operai alle catene di montaggio, mentre le italiane erano considerate abili tessitrici. A fine Ottocento e fino agli anni venti del Novecento furono le Americhe la grande calamita dell\u2019emigrazione italiana, mentre prima del 1870 erano stati gli irlandesi e i tedeschi a monopolizzare le partenze dall\u2019Europa verso gli Usa. Dal 1820 al 1860 solo 12.700 italiani erano emigrati negli Usa, in particolare siciliani e liguri, mentre i liguri furono i primi ad essere presenti in America latina a partire dalle citt\u00e0 portuali sui fiumi. Durante il fascismo furono le colonie all\u2019estero e le zone bonificate all\u2019interno della penisola a fare da attrazione, mentre tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento fu il triangolo industriale del Nord-Italia insieme alla Germania occidentale e alla Svizzera (e in misura minore, ma con cifre di tutto rispetto, la Francia e il Belgio). Dopo un calo tra gli anni Ottanta e Novanta l\u2019emigrazione \u00e8 ripresa tornando a cifre di nuovo statisticamente interessanti anche senza raggiungere quelle delle ondate precedenti. Insomma, i cicli migratori dall\u2019Italia verso altre nazioni e continenti (e gli spostamenti al suo interno) sono anche una fotografia economica e sociale delle varie fasi del suo sviluppo. La settentrionalizzazione dell\u2019emigrazione del primo cinquantennio post-unitario verr\u00e0 superata appena si apre e si consolida lo sviluppo industriale nel triangolo Torino-Genova-Milano, mentre per il decollo economico del Veneto (e la conseguente riduzione drastica dei suoi flussi in uscita) bisogner\u00e0 aspettare gli anni sessanta-settanta del Novecento.<\/p>\n<p>Il Sud invece rappresenta l\u2019elemento di continuit\u00e0 nei quattro cicli dell\u2019emigrazione italiana, con una riduzione solo dal 1975 alla fine definitiva dell\u2019Intervento straordinario del 1992. Ed \u00e8 proprio con il consolidarsi delle Regioni e con l\u2019accantonamento delle politiche nazionali verso il Sud (sostituite dai fondi comunitari) che si riapre una nuova fase di emigrazione meridionale dalle caratteristiche del tutto nuove, come vedremo. I meridionali saranno il 13% degli espatri nel 1876-1880, il 27% nel periodo 1881-1890, il 33% tra il 1891 e il 1900 e ben il 47% nel decennio 1901-1910. Dal 1876 al 1900 \u00e8 il Nord a detenere il primato dell\u2019emigrazione all\u2019estero (veneti, piemontesi e friulani soprattutto) dal 1901 in poi saranno le regioni del Sud (siciliani, campani e calabresi soprattutto). E se in linea di massima si pu\u00f2 dire che i settentrionali puntavano pi\u00f9 verso le altre nazioni europee, i meridionali pi\u00f9 verso le Americhe.<\/p>\n<p>Quella meridionale, quindi, rappresenta l\u2019elemento di continuit\u00e0 di questa rapida storia dell\u2019emigrazione italiana, perch\u00e9 non succeder\u00e0 niente di cos\u00ec strutturale nella sua economia da annullare il bisogno di partire per chi non trova occasioni per realizzare le proprie aspirazioni lavorative e di vita.<\/p>\n<p><strong>35 milioni di emigrati dall\u2019Italia e in Italia<br \/>\n<\/strong>In questa ricostruzione delle cifre dell\u2019emigrazione italiana all\u2019estero e al suo interno ho consultato gli scritti di Michele Colucci, in particolare la Guida allo studio della emigrazione italiana scritto con Matteo Sanfilippo e da L\u2019emigrazione italiana. Storia e documenti scritto con Stefano Gallo. Tra il 1871 e il 1914 circa 14 milioni di italiani sono emigrati all\u2019estero. L\u201980% di chi partiva era di sesso maschile, pi\u00f9 della met\u00e0 aveva tra i 15 e i 34 anni, i tre quarti viaggiavano da soli e senza essere accompagnati dalla famiglia. Il soggiorno durava dai 3 ai 4 anni, a volte si protraeva per 8-10 anni e spesso si tramutava in emigrazione senza ritorno. Si \u00e8 trattato, dunque, di una lunga rivoluzione silenziosa, che ha visto in gran parte protagonisti i contadini, forse dell\u2019unica rivoluzione contadina riuscita in Italia, o come scrisse giustamente Gioacchino Volpe del \u201cRisorgimento dal basso e spontaneo dei ceti popolari\u201d. Un fenomeno, quello dell\u2019emigrazione italiana, di lungo periodo se \u00e8 vero che durante il fascismo altri milioni si spostano (interessante il fatto che in questo periodo storico, dal 1919 al 1939, emigrano o si spostano pi\u00f9 centro-settentrionali che meridionali, rispettivamente 2 milioni e mezzo dal Centro-Nord e un milione e mezzo dal Sud). Dal 1955 al 1970 altri 9 milioni di abitanti si trasferiranno dal Sud al Nord e nel quindicennio 2002\/2017 emigrano dal Mezzogiorno due milioni di persone per la stragrande parte giovani sotto i 35 anni e per un terzo laureati o altamente qualificati. Il decennio 1970-1980 sancir\u00e0 la fine dell\u2019emigrazione di massa con il 1973 a fare da spartiacque in quanto in quell\u2019anno per la prima volta dopo decenni e decenni ci sar\u00e0 un saldo positivo nel movimento migratorio, con i rientri dai luoghi di espatrio che superano le partenze.<\/p>\n<p>Dunque, se calcoliamo solo quelli che si recano all\u2019estero nel corso di un secolo (1870-1970) si pu\u00f2 parlare di 25 milioni di persone che hanno lasciato il nostro Paese per lavorare in altri continenti o in altre nazioni europee facendo dell\u2019Italia il Paese occidentale che ha il primato assoluto nell\u2019aver \u201cesportato\u201d il maggior numero dei suoi concittadini. \u00c8 un dato sorprendente perch\u00e9 corrisponde esattamente al numero complessivo che l\u2019Italia aveva all\u2019atto della sua unificazione nel 1861, come ricorda Donna R. Gabaccia. Tra questi 25 milioni di partenti si debbono considerare quelli che rientravano e poi ripartivano e ci\u00f2 poteva avvenire pi\u00f9 volte nel corso della vita. Dietro l\u2019Italia c\u2019\u00e8 la Gran Bretagna con 11 milioni di emigranti, ma in questo dato incide l\u2019emigrazione di massa degli irlandesi (ben 4 milioni) e le possibilit\u00e0 offerte dalle colonie per gli inglesi. In ogni caso gli inglesi non hanno subito discriminazioni dai paesi in cui emigravano. Se poi aggiungiamo gli spostamenti all\u2019interno dell\u2019Italia, in particolare quelli lungo l\u2019asse Nord -Sud, si pu\u00f2 parlare tranquillamente di una popolazione di 35 milioni che complessivamente si \u00e8 trasferita in luoghi diversi da dove \u00e8 nata e cresciuta, con una maggioranza schiacciante di meridionali. La peculiarit\u00e0 dell\u2019Italia nella storia dell\u2019emigrazione europea \u00e8 il primato degli spostamenti all\u2019estero o interni, la graduale meridionalizzazione di quelli esteri e poi l\u2019esclusivit\u00e0 della direzione Sud-Nord tra quelli interni, cosa diversa dalle caratteristiche assunte in altre nazioni dove non si \u00e8 verificata una cos\u00ec massiccia partenza da una specifica e ampia zona geografica e dove negli spostamenti interni le direzioni di marcia sono multidirezionali e non unidirezionali come in Italia. I Paesi dove oggi si concentra la maggiore presenza di italiani all\u2019estero sono nell\u2019ordine l\u2019Argentina (884.187) la Germania (801.082) la Svizzera (639.508) il Brasile (501.482) la Francia (444.113), il Regno Unito (412.382) Gli Stati Uniti (289.685) il Belgio (275.948) la Spagna (203.268) l\u2019Australia (154.532) il Canada (142.980) il Venezuela (106.447) e l\u2019Uruguay (106.460) su di un totale di 5.652.089, comprese altre nazione qui non segnalate. Mentre le regioni italiane dove ci si sposta di pi\u00f9 da parte dei meridionali negli ultimi anni sono l\u2019Emilia-Romagna. il Lazio (soprattutto Roma), la Lombardia, il Veneto.<\/p>\n<p><strong>Nel Sud l\u2019emigrazione supera l\u2019immigrazione<br \/>\n<\/strong>Ma la cosa pi\u00f9 significativa della quarta ondata migratoria \u00e8 il fatto che essa si \u00e8 svolta e si sta svolgendo mentre la nostra \u00e8 diventata nazione di immigrazione dall\u2019estero, in particolare di quella proveniente dall\u2019Est Europa (dopo la fine dei regimi comunisti) dall\u2019Africa, dalla Cina e dall\u2019America latina. Ed \u00e8 assurdo che in una nazione segnata profondamente da chi partiva e da chi parte ancora oggi, abbia assunto centralit\u00e0 politica solo il tema di chi arriva da altre parti del mondo, come se ci fosse stata un\u2019opera di totale rimozione storica. E\u2019 un fenomeno questo da studiare, che ci pu\u00f2 dire dell\u2019Italia degli ultimi anni molto pi\u00f9 di tanti saggi politici. Gian Antonio Stella ha dedicato due libri all\u2019argomento (L\u2019orda. Quando gli albanesi eravamo noi e Odissee), altri autori vi hanno scritto romanzi e saggi e la cinematografia ha prodotto bellissimi film, ma il tema non riesce ad imporsi rispetto alla centralit\u00e0 che ha assunto l\u2019immigrazione.\u00a0 Ma, \u00e8 noto, ci\u00f2 che avviene al Sud fa poca opinione se non riguarda la criminalit\u00e0. Eppure si tratta di cifre complessive preoccupanti.<\/p>\n<p><strong>Il ruolo delle rimesse<br \/>\n<\/strong>Nell\u2019emigrazione si mischia il dolore dell\u2019abbandono con l\u2019aspettativa di migliorare la propria vita e quella dei propri cari lasciati nei luoghi natii. E l\u2019offesa delle discriminazioni che gli italiani. hanno conosciuto nelle loro peregrinazioni, negli Usa pi\u00f9 che in America latina, Canada e Australia, in Svizzera e Germania pi\u00f9 che in Francia, alla pari degli africani e degli asiatici. Discriminazioni che poi i meridionali conosceranno nell\u2019emigrazione nel Nord Italia. L\u2019emigrante \u00e8 un addolorato speranzoso e motivato, ha una grande voglia di cambiare radicalmente la propria vita e questa sua carica emotiva e fisica si riflette sia nell\u2019economia del Paese dove emigra sia in quello che lascia attraverso le rimesse. Chi \u00e8 disposto a tutto per uscire dalla miseria (e per diventare qualcuno attraverso il lavoro) si trasforma in un capitale prezioso per le societ\u00e0 che lo sanno ben utilizzare. L\u2019enorme peso che le rimesse degli emigranti hanno svolto per le famiglie rimaste nei paesi (e in genere per l\u2019economia italiana) \u00e8 stata anch\u2019essa sottovalutata. Nell\u2019emigrazione accanto alle motivazioni personali di chi parte, bisogna valutare anche quelle di coloro che all\u2019epoca governavano l\u2019Italia, che si riassumevano in una essenzialmente: alleggerire la pressione del mondo del lavoro che non trovava sbocchi e allentare le tensioni sociali. Grazie a queste due esigenze (personali e politico-sociali) l\u2019Italia \u00e8 potuta crescere nei due momenti decisivi della sua storia, a fine Ottocento e dopo la seconda guerra mondiale. Se la nostra \u00e8 diventata economicamente una delle nazioni pi\u00f9 sviluppate in Occidente lo deve anche ai suoi emigranti. Solo nel 1970 le loro rimesse (cio\u00e8 i soldi che essi trasferivano nelle banche o direttamente ai loro familiari) ammontavano a un miliardo di dollari, una cifra enorme, fondamentale per la nostra bilancia dei pagamenti e indispensabile per la tenuta economica dei territori da cui erano partiti. Nel 1980 solo in Sicilia le rimesse furono di 213.027 milioni di lire! E non va dimenticato che tra il 1896 e il 1912 le riserve auree si triplicarono grazie alle rimesse soprattutto degli \u201camericani\u201d! Si pu\u00f2 dire tranquillamente che l\u2019emigrazione \u00e8 stata alla base del decollo economico di fine Ottocento\/inizio Novecento del triangolo industriale del Nord ed \u00e8 stato alla base del miracolo economico italiano tra gli anni Cinquanta\/Settanta del Novecento. Secondo diversi storici ed economisti furono le rimesse degli emigranti a fornire i mezzi finanziari per l\u2019avvio della industrializzazione italiana. Franco Barbagallo lo ha ricordato nel suo libro La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860. Riportando studi di Franco Bonelli lo storico napoletano ricorda come il salvataggio della Fiat nel 1907, colpita da una crisi di liquidit\u00e0, fu operata dalla Banca d\u2019Italia utilizzando le rimesse spedite tramite il Banco di Napoli dagli emigrati meridionali delle Americhe. Senza quelle risorse la Fiat forse non avrebbe poi assunto un ruolo centrale nell\u2019economia italiana. La Fiat salvata dagli emigranti meridionali \u00e8 un pezzo di storia che andrebbe ricordato per ribadire le interconnessioni che ci sono sempre state tra la crescita del Nord e il contributo del Sud.<\/p>\n<p>Ma l\u2019emigrazione fu importante anche dal punto di vista culturale e del cambiamento di costumi di vita in molti luoghi d\u2019Italia, in particolare nel Sud. La \u201cmentalit\u00e0\u201d dei diritti e dei doveri che i lavoratori avevano acquisito all\u2019estero ruppe la subordinazione feudale e cre\u00f2 un clima di autonomia personale e familiare e soprattutto un\u2019apertura di orizzonti che quelle societ\u00e0 chiuse non conoscevano da secoli. Un proverbio della Basilicata dice molto di questa novit\u00e0 economica\/sociale\/culturale: \u201cLi mugliere dell\u2019americane nun mangiane cchi\u00f9 patane\u201d (le mogli degli americani non mangiano pi\u00f9 patate).<\/p>\n<p><strong>Questione meridionale ed emigrazione<br \/>\n<\/strong>L\u2019emigrazione \u00e8 la vicenda umana che ha pi\u00f9 ha segnato la storia \u201ccivile\u201d dell\u2019Italia; nel Sud ancora pi\u00f9 marcatamente perch\u00e9 si \u00e8 trattato di un elemento di assoluta continuit\u00e0, non un\u2019eccezione di un periodo economico difficile, non un fatto limitato nel tempo, ma dato strutturale, un metodo di sopravvivenza e al tempo stesso di riuscita sociale dalla seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento ad oggi. La questione meridionale si \u00e8 manifestata e resa evidente nella storia italiana grazie all\u2019emigrazione permanente dei suoi abitanti. Secondo un dato recente, met\u00e0 degli italiani all\u2019estero sono meridionali, un terzo del Nord e un decimo del Centro. Su 10 italiani all\u2019estero 2 sono di origine siciliana, 1 campana, 1 pugliese, e 1 calabrese con una discreta presenza di abruzzesi, molisani e lucani. Dei settentrionali, la maggior parte sono veneti, trentini e friulani, mentre elevati sono stati i rientri di piemontesi, lombardi e liguri; tra le regioni dell\u2019Italia centrale, i marchigiani sono i pi\u00f9 numerosi all\u2019estero. E in una nazione in cui da decenni la questione dell\u2019immigrazione ha accantonato o rimosso il lungo passato di emigrazione dei suoi abitanti, in particolare nel Sud i numeri degli emigranti (quelli che partono) continua a superare il numero degli immigrati stranieri che vengono a risiedervi. Cio\u00e8, chi se ne va non \u00e8 sostituito da flussi migratori di stranieri negli stessi territori che si spopolano, in quanto, com\u2019\u00e8 noto e facilmente comprensibile, gli immigrati stranieri scelgono le regioni del Centro-Nord per insediarsi stabilmente perch\u00e9 attratti dalle maggiori possibilit\u00e0 di lavoro.<\/p>\n<p><strong>Lo spopolamento del Sud. Si fanno meno figli e si continua ad emigrare<br \/>\n<\/strong>Secondo la Svimez, il Sud nel 2065 perder\u00e0 nel complesso 5 milioni di abitanti, cio\u00e8 per la prima volta nella sua storia l\u2019emigrazione non sar\u00e0 compensata n\u00e9 da un alto tasso di nativit\u00e0, come \u00e8 avvenuto nei cicli emigratori precedenti, n\u00e9 da afflussi di popolazione proveniente dall\u2019esterno. Se a questi dati aggiungiamo quelli relativi al graduale spopolamento delle universit\u00e0 meridionali dovuto al fatto che ci sposta verso quelle sedi collocate in territori in grado di dare possibilit\u00e0 lavorative immediate a chi vi si laurea, il quadro \u00e8 completo. Su 685.000 studenti universitari meridionali in Italia (dati del 2020) ben il 25,6% studia nelle universit\u00e0 del Centro-Nord. In numeri assoluti, parliamo di 175.000 ragazzi. Dal Sud ci si sposta sia per lavorare sia per studiare, cio\u00e8 va via \u201cla meglio giovent\u00f9\u201d con un costo sociale, economico, civile incalcolabile. Sempre secondo la Svimez, questo spostamento di popolazione universitaria dal Sud al Centro-Nord nel periodo 2007-2018 ha comportato una riduzione del tasso di crescita del Pil meridionale di quasi 2 punti e mezzo, pari a una media annuale dello 0,20%. Tenendo conto che in tale periodo nel Sud si \u00e8 registrata una caduta del Pil di quasi il 10%, appare chiaro che se tutti gli studenti meridionali studiassero in universit\u00e0 del posto ci\u00f2 avrebbe dimezzato la perdita di Pil. Ecco cosa vuol dire l\u2019emigrazione universitaria, che \u00e8 l\u2019ultima aggiornata e inedita versione della tradizionale emigrazione meridionale. Insomma, se vanno via i laureati vuol dire che ci si priva di una parte della potenziale classe dirigente di domani, una sottrazione di possibilit\u00e0 e uno spreco di futuro davvero grave. Dal Sud sta andando via ora una parte della sua \u00e9lite professionale e culturale.<\/p>\n<p><strong>Mobilit\u00e0 unidirezionale<br \/>\n<\/strong>Si dir\u00e0: ma \u00e8 normale nelle societ\u00e0 sviluppate un processo di mobilit\u00e0 cos\u00ec ampio sia per gli studi sia per il lavoro; ci\u00f2 \u00e8 tipico delle societ\u00e0 aperte e delle economie dinamiche. Certo, sarebbe normale se ci si spostasse in tutta la nazione allo stesso modo, da una parte e dall\u2019altra, dal Sud verso il Nord e dal Nord verso il Sud, dall\u2019Adriatico al Tirreno e viceversa, dalla pianura padana al Tavoliere delle Puglie, dai paesi alpini alla Piana di Gioia Tauro, dal Trentino in Sicilia, ma purtroppo il problema italiano \u00e8 la monodirezionalit\u00e0 dei percorsi di mobilit\u00e0 e dei processi di insediamento delle migrazioni interne e non la reciprocit\u00e0. Si emigra all\u2019interno dell\u2019Italia in senso unico sia se si studia, sia se si \u00e8 laureati, sia se si cerca lavoro. L\u2019ultimo spostamento dal Nord verso il Sud ha riguardato i veneti nel periodo fascista e nell\u2019immediato secondo dopoguerra verso le paludi pontine e verso la Sardegna, e poi l\u2019attrazione che Roma ha esercitato per gli abruzzesi, i molisani e alcune frange di settentrionali per gli impieghi ministeriali. Migrare in Italia da ormai troppo tempo \u00e8 un processo unidirezionale. Negli ultimi decenni \u00e8 stato segnalato anche uno spostamento di laureati di origine settentrionale verso l\u2019estero, che non ha per\u00f2 la stessa intensit\u00e0 dei meridionali che si spostano nel centro-Nord dell\u2019Italia. E\u2019 un fenomeno interessante e da non sottovalutare, ma che esprime una chance di realizzazione all\u2019estero per chi gi\u00e0 potrebbe farlo nel proprio territorio ed \u00e8 sicuramente motivata dalle possibilit\u00e0 di guadagnare di pi\u00f9; invece, per i meridionali che si spostano, o da laureati o da lavoratori specializzati, la scelta \u00e8 quasi obbligata in quanto non avrebbero possibilit\u00e0 di avviarsi al lavoro se restassero nei luoghi dove sono nati e cresciuti. L\u2019Italia ha conosciuto l\u2019emigrazione nei periodi di miseria successivi alla sua unificazione, ha poi conosciuto l\u2019emigrazione anche nel periodo di boom economico che l\u2019ha proiettata tra le prime nazioni pi\u00f9 industrializzate del mondo. Con la differenza che quando c\u2019\u00e8 stato il boom economico esso ha riguardato solo una sua parte, il Centro-Nord, trovando al suo interno, nel Sud, il suo serbatoio di manodopera, cos\u00ec come l\u2019America l\u2019aveva trovato a cavallo tra l\u2019Ottocento e il Novecento negli europei. Il Sud ha contribuito a rendere l\u2019Italia un paese competitivo nell\u2019economia globalizzata, ma non \u00e8 ancora venuto il suo momento storico, quel momento in cui tutta l\u2019esperienza migratoria accumulata nel passato da diverse generazioni possa trasformarsi in capitale per il suo autonomo sviluppo come \u00e8 avvenuto ultimamente per i veneti, i trentini e i friulani e prima ancora per i piemontesi, i liguri, i lombardi, gli emiliani e di tutti gli altri abitanti dell\u2019Italia che, dopo una esperienza di emigrazione all\u2019estero o all\u2019interno, hanno poi conosciuto uno sviluppo economico notevole. Solo per il Sud l\u2019emigrazione \u00e8 un\u2019esperienza costante e non una premessa per un radicale cambiamento della sua economia.<\/p>\n<p><strong>L\u2019emigrazione asimmetrica<br \/>\n<\/strong>Come abbiamo visto prima, mentre nel resto d\u2019Italia gi\u00e0 gli anni Sessanta vedono diminuire le emigrazioni dalle regioni del Centro-Nord, per poi quasi arrestarsi alla fine degli anni Ottanta del Novecento, quella del Sud ha conosciuto s\u00ec un forte rallentamento per un decennio, salvo poi riprendersi tra la fine del Novecento e l\u2019inizio degli anni Duemila. E a proposito di questa ultima fase dell\u2019emigrazione meridionale va segnalato il suo carattere \u201casimmetrico\u201d. Per emigrazione asimmetrica intendo il fatto che questa \u00e8 la prima emigrazione che impoverisce i posti da cui si parte, perch\u00e9 non ci sono rimesse che arrivano dagli emigranti ma, al contrario, le famiglie debbono integrare con i loro risparmi il mantenimento dei figli o dei parenti. Una emigrazione, dunque, che diversamente da quelle precedenti non \u00e8 fonte di \u201cricchezza compensativa\u201d per il Mezzogiorno. A causa dei livelli retributivi per lo pi\u00f9 bassi che normalmente si percepiscono nelle regioni di arrivo, e a causa della precariet\u00e0 dei lavori in cui si \u00e8 impegnati, questa emigrazione ha un costo economico per chi resta, spesso pesante. Le famiglie sono costrette a finanziarla, almeno in parte. Si determina cos\u00ec un triplice impoverimento per il Sud: quello demografico, quello delle famiglie, e quello della bilancia delle partite correnti. \u00c8 una emorragia che avviene senza prospettive. A differenza della prima emigrazione di massa, quando chi tornava nei paesi di origine era anche in qualche modo portatore di una civilt\u00e0 \u201cdiversa\u201d, straordinariamente diversa da quella di partenza (e portava con s\u00e9 anche soldi) oggi non ci sono le stesse ricadute economiche n\u00e9 sociali, n\u00e9 culturali.<\/p>\n<p>Stiamo assistendo alla quarta ondata migratoria di massa dal Mezzogiorno d\u2019Italia nel giro di quasi un secolo e mezzo dalla prima. A fine Ottocento partivano i bisnonni, negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento i nonni e i padri, oggi partono i figli e i nipoti. Vanno via le risorse umane pi\u00f9 fresche, pi\u00f9 giovani, pi\u00f9 acculturate e formate del Mezzogiorno. Va via \u201cla meglio giovent\u00f9\u201d. Una emigrazione essenzialmente giovanile, scolarizzata che per\u00f2 trova davanti a s\u00e9 una precariet\u00e0 dell\u2019occupazione anche laddove si trasferisce e retribuzioni non adeguate a far fronte alle spese e meno che mai a inviare dei soldi a casa. Con un netto prevalere di lavoro a tempo parziale rispetto a quello a tempo indeterminato. Per dirla in breve: i costi di questa emigrazione superano i ricavi sia per chi parte sia per chi resta. Ieri chi emigrava era caratterizzato da una aspettativa di grandi cambiamenti per s\u00e9, per la sua famiglia e in prospettiva per i luoghi che lasciava, in cui sperava di tornare pi\u00f9 ricco e pi\u00f9 utile per trasformarli secondo le conoscenze e le esperienze acquisite. Oggi non c\u2019\u00e8 minimamente questa speranza di arricchimento, n\u00e9 la certezza di poter tornare per migliorare i luoghi da cui si \u00e8 partiti. Un disincanto caratterizza l\u2019emigrazione di oggi.\u00a0 E per di pi\u00f9, questa emigrazione non fa opinione, \u00e8 senza pathos e umana partecipazione, accompagnata dall\u2019indifferenza della politica, della stampa e delle forze artistiche e culturali. Il senso dell\u2019epopea questa quarta ondata non ce l\u2019ha, e quindi non ha neanche quella stessa capacit\u00e0 di emozionare.<br \/>\nIn fondo non partono i diseredati, non partono con le valigie di cartone, non incontrano un mondo che non conoscono e da cui sono spaventati e attratti al tempo stesso; quelli di oggi parlano un perfetto italiano e non il dialetto, non hanno costumi e abitudini diversi dai loro coetanei centro-settentrionali. E viaggiano non su navi o ferrovie che impiegano una vita per trasferirli.<br \/>\nSi tratta di una vera e propria spoliazione senza compensazione. Perch\u00e9 questa emigrazione si colloca in un cambiamento epocale di alcuni tratti degli stili di vita dei meridionali. I giovani si sposano tardissimo, fanno pochissimi figli, uno, uno e mezzo in media rispetto ai quattro della generazione precedente. E\u2019 una generazione spaventata dall\u2019idea di fare figli per non trasmettere loro la precariet\u00e0 da cui si sentono circondati. Si pu\u00f2 dare loro torto? Siamo di fronte a un vero e proprio cambio culturale, a una concezione della vita molto distante da quella dei padri e dei nonni. Insomma, c\u2019\u00e8 una crisi di natalit\u00e0 che ha interrotto storicamente una delle caratteristiche dell\u2019identit\u00e0 meridionale, cio\u00e8 fare pi\u00f9 figli e vivere in famiglie numerose. L\u2019emigrazione meridionale di oggi, dunque, si inserisce in un processo di radicale modifica della struttura demografica e non \u00e8 compensato da un parallelo flusso di immigrati. Oggi pi\u00f9 emigrazione e meno nascite, nel futuro pi\u00f9 disoccupati, pi\u00f9 vecchi e meno giovani nelle piazze e nelle case del Sud.<br \/>\nResta, insomma, a chi emigra oggi il doppio rammarico di non potersi rendere totalmente autonomo n\u00e9 di fare qualcosa per migliorare i luoghi da cui si va via. Avvertono di poter essere pi\u00f9 utili restando, ma non se lo possono permettere. Per tutti questi motivi, l\u2019ultima fase della storia della emigrazione meridionale la possiamo definire \u201cemigrazione a perdere\u201d rispetto a tutte quelle del passato. A meno che non succeda qualcosa negli orientamenti delle classi dirigenti della nazione da ribaltare radicalmente questo impotente disincanto.<\/p>\n<p>* da La Repubblica il 1\u00b0 Maggio 2022.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE<\/strong>: http:\/\/www.zoomsud.it\/index.php\/cultura\/108414-il-saggio-italia-emigrazione-e-questione-meridionale<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Negli anni \u201940 del \u2018900 era il Veneto che esportava pi\u00f9 braccia. Poi \u00e8 divenuta una questione meridionale, compresa la \u201cfuga dei cervelli del Duemila. Fotografia di una piaga che &hellip; <\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[20,6],"tags":[31,24],"class_list":["post-35323","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-emigrazione","category-nuova-emigrazione","tag-emigrazione-italiana","tag-nuova-emigrazione"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/35323","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=35323"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/35323\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":35324,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/35323\/revisions\/35324"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=35323"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=35323"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/filef.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=35323"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}